L'altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera, di Virman Cusenza

L'altro Garibaldi. I «Diari» di Caprera, di Virman Cusenza, ha il merito di avvicinare Giuseppe Garibaldi senza rimpicciolirlo e senza trasformarlo nell'ennesima figura monumentale del Risorgimento, perché sceglie di entrare in quella parte della sua esistenza che normalmente rimane ai margini del racconto storico e proprio lì trova una personalità molto più complessa, concreta e sorprendente di quella fissata nell'immaginario collettivo.

La forza del libro nasce soprattutto dal cambio di prospettiva, perché Caprera smette di essere semplicemente il luogo appartato nel quale l'eroe si ritira dopo le grandi imprese e diventa uno spazio vivo, attraversato da progetti, lavoro, relazioni, curiosità e osservazione continua. È affascinante scoprire quanto Garibaldi fosse coinvolto personalmente nella vita agricola dell'isola, quanto attenzione dedicasse alla terra, agli animali, alle coltivazioni, alle condizioni atmosferiche e alle innovazioni che potevano migliorare ciò che stava costruendo, perché questa dimensione quotidiana restituisce consistenza a un personaggio che la storia scolastica ha spesso lasciato sospeso dentro una successione di battaglie, spedizioni e date.

I Diari agricoli  rappresentano probabilmente l'elemento più prezioso di questo ritratto, non soltanto per il loro valore documentario, ma per la possibilità che offrono di osservare Garibaldi attraverso ciò che decideva di annotare giorno dopo giorno. Temperature, venti, pressione atmosferica e fioriture convivono con avvenimenti di ben altra portata, creando un contrasto che dice moltissimo sul suo modo di vivere il presente: la grande storia non cancella la realtà materiale che gli sta attorno e la realtà materiale non gli impedisce di continuare a seguire ciò che accade nel mondo.

Proprio questa convivenza tra dimensioni apparentemente lontane rende la lettura particolarmente interessante, perché la zappa e la politica, l'allevamento e le relazioni internazionali, il lavoro manuale e la riflessione non sembrano appartenere a esistenze diverse, ma alla stessa personalità. Cusenza porta così in primo piano un Garibaldi che sperimenta, organizza, osserva e progetta, mostrando quanto riduttivo possa essere ricordarlo soltanto attraverso la camicia rossa e l'immagine del condottiero.

Colpisce anche il carattere modernissimo di alcuni suoi interessi e atteggiamenti, dalla sensibilità verso gli animali alla curiosità per l'innovazione, fino alla concezione delle relazioni familiari e al ruolo attribuito alle donne nella trasformazione della società. Il libro evita però di trasformare questi aspetti in un artificioso tentativo di rendere Garibaldi simile a un uomo del nostro tempo, lasciando emergere piuttosto le caratteristiche di una personalità che, pur appartenendo pienamente al proprio secolo, possedeva uno sguardo capace di spingersi oltre molti confini culturali e sociali dell'epoca.

Il risultato più riuscito consiste forse nel restituire umanità senza demolire il mito, operazione molto più difficile di quanto sembri, perché raccontare l'uomo dietro un personaggio storico celeberrimo può facilmente diventare un esercizio di ridimensionamento oppure una ricerca forzata dell'aneddoto curioso. Qui accade qualcosa di diverso: conoscere il Garibaldi che coltiva, scrive, accoglie visitatori, osserva il cielo, organizza la propria azienda agricola e continua contemporaneamente a interessarsi alla politica non rende meno significativa la sua figura pubblica, ma permette di comprenderne meglio l'energia e le contraddizioni.

L'altro Garibaldi diventa quindi una lettura capace di interessare anche chi pensa di conoscere già abbastanza il protagonista attraverso i manuali scolastici, perché non cerca semplicemente nuovi episodi da aggiungere a una biografia nota, ma modifica il punto dal quale la si osserva. Alla fine rimane l'impressione di avere incontrato una persona prima ancora che un simbolo: un uomo inquieto, operativo, curioso, legato alla terra ma tutt'altro che isolato dal mondo, capace di passare dalla concretezza di una coltivazione alla riflessione sulle trasformazioni della società senza percepire una vera separazione tra le due cose.

Ed è proprio in questa distanza dall'icona immobile che il libro trova la propria voce più convincente, perché il Garibaldi di Caprera appare meno celebrativo, meno prevedibile e soprattutto più vicino, senza per questo perdere quella straordinaria capacità di pensare e agire in grande che lo ha consegnato alla storia.


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