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Visualizzazione dei post con l'etichetta Fabulae

Washington Irving - Danzare con i fantasmi

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Mio nonno era un baldo dragone che aveva militato valorosamente ma anche allegramente nei Paesi Bassi. Avendo “visto il diavolo”, come diceva lui, non c'era ormai nulla al mondo che potesse ingannarlo o intimorirlo. Una sera si trovò a entrare a cavallo nella curiosa cittadina fiamminga di Bruges, che quel giorno era animata per via del mercato, con i canali brulicanti di barche. Tutte le locande e le taverne erano quindi strapiene, e nemmeno il fare impudente e sfrontato di mio nonno serviva a fargli trovare un alloggio. Alla fine adocchiò una locanda sbilenca, col tetto che toccava le nuvole e le soffitte appollaiate le une sulle altre, come i sette cieli di Maometto. Per fortuna sul tetto c'era un nido di cicogna che dicono porti fortuna, e forse solo grazie a quello la casa rimaneva in piedi. Sopra la porta mio nonno lesse l'iscrizione: QUI SI BEVE BENE. — Ecco il posto che fa per me! — esclamò, e fece capolino dall'ingresso, tronfio sul suo cavallo. C'era un os...

Italo Calvino - Pesci grossi, pesci piccoli

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Il padre di Zeffirino non si metteva mai in costume da bagno. Stava in calzoni rimboccati e maglietta, con in capo il berretto di tela bianca, e non si staccava mai dalla scogliera. La sua passione erano le patelle, i piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio, e fanno col loro durissimo guscio quasi tutt'uno con la pietra. Per staccarle il padre di Zeffirino adoperava un coltello, e ogni domenica col suo sguardo occhialuto passava in rassegna una per una le rocce della punta. Continuava finché la sua piccola cesta non era piena di patelle; qualcuna la mangiava appena colta, succhiandone la polpa umida ed agra come da un cucchiaio; le altre le metteva in una cesta. Ogni tanto alzava gli occhi, li girava un po'"spersi sul mare liscio e chiamava: - Zeffirino! Dove sei? Zeffirino passava in acqua pomeriggi interi. Venivano alla punta tutti e due, e il padre lo lasciava lì e subito si metteva dietro ai suoi molluschi. Così ferme e testarde, le patelle non potevano at...

Philip K. Dick - Stani ricordi di morte

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Stamattina mi sono svegliato e ho sentito nell'appartamento il brivido dell'ottobre, come se la stagione leggesse il calendario. Cosa avevo sognato? Inutili ricordi di una donna che avevo amato. Qualcosa mi deprimeva. Ho fatto un consulto mentale. Tutto, in realtà, andava bene; sarebbe stato un bel mese. Però io avvertivo il brivido. "Cristo", ho pensato. "Oggi è il giorno che sbattono fuori la Signora del Lysol". La Signora del Lysol non piace a nessuno. È folle. Nessuno l'ha mai sentita dire una parola, e non guarda la gente. A volte, quando scendi le scale, lei sale, e senza una parola si gira e batte in ritirata e prende l'ascensore. Tutti sentono il Lysol che usa. Magici orrori contaminano il suo appartamento, a quanto pare, e così lei usa il Lysol. Mondo porco! Mentre preparo il caffè, penso: "Forse i proprietari l'hanno già sfrattata, all'alba, quando io dormivo. Quando facevo sogni inutili su una donna che ho amato e che mi ha sc...

Alan Moore - Lucertola ipotetica

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Una metà del suo viso era di porcellana. Seduta sul balcone, intenta a masticare gli anemici fiori azzurri strappati dai vasi sul davanzale, Som-Som contemplava sovrappensiero il cortile della Casa senza orologi. Disadorno e circolare, si allargava sotto di lei come un pozzo oscuro di acqua stagnante. Il lastricato nero, levigato dal passaggio di innumerevoli piedi, dall’alto sembrava più uno specchio d’acqua ferma che un pavimento di pietra. Le crepe e le spaccature che avrebbero potuto rovinare l’effetto d’insieme erano visibili solo in prossimità delle vene muschiose che seguivano il serpeggiare delle fenditure sulla superficie altrimenti liscissima del giaietto. Avrebbero tranquillamente potuto essere una patina delicata di schiuma limacciosa che si sarebbe disgregata e dispersa al minimo schizzo, alla minima increspatura... Quando Som-Som aveva cinque anni, sua madre aveva notato la struggente bellezza che si prefigurava sul visino della bimba e aveva portato l’ignara pargoletta a...

Haruki Murakami - Granai incendiati

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La incontrai al matrimonio di amici, tre anni fa, e andammo subito d'accordo. C'era una differenza di undici anni tra noi, quasi un intero zodiaco cinese, lei ne aveva venti, io trentuno. Ma questo non costituiva un problema. All'epoca avevo tante di quelle cose di cui preoccuparmi, che onestamente non mi restava il tempo di badare a inezie del genere. D'altronde anche lei, fin dall'inizio, non aveva dato la minima importanza ai miei anni. Altra circostanza irrilevante, io ero sposato. Ma età, famiglia, stipendio e cose del genere sembravano essere per lei fattori puramente congeniti, come la grandezza dei piedi, il timbro della voce o la forma delle unghie. Uno ci si poteva arrovellare sopra quanto voleva, non li poteva cambiare. E a pensarci bene, è proprio così. Lei studiava pantomima con un certo Tal dei Tali, un maestro famoso, e per vivere faceva la modella pubblicitaria. Però trovava quel lavoro noioso e spesso rifiutava gli ingaggi che le procurava il suo ag...