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Valerio Evangelisti - La luce di Orione

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Parvero esplosioni. Invece erano solo i giganti che, scaturiti dalla notte, come ogni notte, cercavano di abbattere a pugni le quattro enormi colonne erette dagli americani. Phil Rodríguez corse tra i corridoi in salita della piramide centrale, illuminati solo da quadranti e minuscoli punti luce. Si imbatté nel sergente Whitney Harris, curva su uno dei tanti schermi, e intenta a trascrivere dati. Le ordinò, secco: «Vieni con me». La ragazza si distaccò di malavoglia dal suo computer. «È proprio necessario, colonnello? Sto calcolando...» «Calcolerai i peli del mio cazzo.» La brutalità di Rodríguez non era voluta. Lui parlava sempre così. «Temo che i maledetti, questa volta, riescano a rompere un pannello. Hanno tralasciato le altre tre colonne e si sono concentrati sulla nostra. Qualcosa vorrà dire. Sferrano attacchi sempre più mirati.» I due presero un ascensore. Indossavano divise leggermente diverse. Rodríguez era dell’Unione degli Stati Americani (UAS), con capitale New York, mentre...

Jack Williamson: Il Figlio Della Notte

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La ragazza si avvicinò a Will Barbee mentre lui, ritto davanti al terminal di vetro e cemento di Trojan Field, il nuovo aeroporto municipale di Clarendon, osservava il cielo di piombo cercando di scorgere gli aerei in arrivo. Non c'era alcun motivo perché Will dovesse sentirsi percorrere da un brivido tale da fargli battere i denti: ma forse era stata soltanto una folata dell'umido vento di levante. Snella ed elegante nella bianca pelliccia, la ragazza gli trasmetteva un'oscura sensazione di gelo. Tuttavia, aveva una incredibile massa di capelli rossi; e bianca e flessuosa com'era, il volto serio e dolce, confermò la prima impressione ricevuta da Will: che fosse qualcosa di straordinariamente prezioso e bello. Lo fissò, e la bocca di lei parve incurvarsi in un accenno di sorriso. Barbee, col fiato mozzo, esaminò più attentamente quegli occhi che lo guardavano sorridendo gravi: erano proprio verdi, verdissimi. La scrutò, cercando di spiegarsi quel freddo brivido di allar...

Mike Resnick: Cassiopea, il castello

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«Sono così dannatamente stanco di farti uscire su cauzione» si lamentò Pretorius, mentre il robot accompagnava Cobra alla scrivania d’ingresso. «Ehi, Nathan» replicò lei. «A volte mi viene il dubbio che usi soldi tuoi.» «Diavolo, sei stata incarcerata in tante di quelle occasioni che non potrei permettermi somme simili.» «Rinviamo adesso Sally Kowalski alla sua custodia» disse il robot con una stridente voce monotona. «Non ho idea di come funzioni questo fottuto sistema» brontolò Pretorius. «Ti sei fatta acciuffare tanto spesso che la tua cauzione dovrebbe essere molto più alta.» Lei sorrise e scosse la testa. «Mi pigliano perché nessun altro riesce a fare quel che faccio io. Danno un’occhiata ai risultati, sanno che sono stata io e vengono a prendermi. Nessuno di loro deve sgobbare. Non sono mai stata arrestata durante un furto.» «Allora perché diavolo non fai un colpo che riesca a fare chiunque ?» «Perché sono un’artista» disse Cobra. «Suppongo che lo incideremo sulla tua pietra to...

John Wyndham: L'orrenda invasione

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Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall'inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va. Ebbi questa impressione fin dal primo momento, svegliandomi. Tuttavia, quando incominciai a connettere con più lucidità, rimasi in forse. Dopo tutto, sebbene avessi la sensazione nettissima d'essermi svegliato più tardi del solito, poteva anche essere vero il contrario. Continuai ad aspettare, dubbioso, ma subito ebbi una prima prova obiettiva: un orologio lontano batté, così mi parve, otto colpi. Ascoltai con le orecchie tese, pieno di sospetto. Ed ecco che un altro orologio cominciò a farsi sentire in un tono alto, risoluto. E, senza fretta, batté incontestabilmente le otto. Allora capii che le cose non andavano. Se non fui travolto subito anch'io dalla fine del mondo, la fine del mondo quale l'avevamo intesa fin lì, fu per caso: come per un destino di sopravvivenza, a pensarci bene. È nel corso naturale delle cose che un buon numero d...

Robert J. Sawyer: La vendetta dei Quintaglio

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Afsan non poteva vedere il sole di mezzogiorno, ma ne sentiva il calore. Nella sinistra teneva il guinzaglio di Gork, la sua lucertola domestica, e procedevano insieme sulla pavimentazione, i suoi artigli che ticchettavano sonoramente sulla pietra echeggiati dal rumore più sommesso dei passi di Gork. Poi sentì un rumore metallico di ruote che si avvicinavano da destra. Afsan era cieco da venti chilogiorni, da quando Det-Yenalb, il Maestro della fede, gli aveva perforato gli occhi con una daga di ossidiana, rigirandola nelle orbite per svuotarle. Non gli piaceva ripensare a quel giorno lontano in cui era stato condannato per eresia e accecato nella piazza centrale di Capital City davanti a un centinaio di persone, accalcate a meno di tre passi una dall’altra. Da allora la città era cambiata. Il terremoto del chilogiorno 7110 aveva distrutto molte strade e edifici, sostituiti da altri di aspetto diverso. La ricostruzione aveva lasciato il segno, ma Afsan sapeva sempre dove si trovava ris...

Lester Del Rey: Il clandestino dell'astronave

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Da un'ora il grande elicottero saliva, nella notte e nell'aria che si andava rarefacendo, verso le cime delle Ande. Ora, giunto a 6000 metri d'altezza, l'elicottero si mantenne a quella quota, mentre il motore prendeva a ronfare monotono. Già il sole toccava le cime delle montagne, e la stazione interplanetare apparve a un tratto, nitidamente, a un paio di chilometri più avanti. Il ragazzo biondo e robusto, che occupava il sedile del passeggero, si mosse d'un tratto e cominciò a strofinarsi gli occhi celesti, annebbiati dal sonno. Chuck Svensen era piuttosto basso per la sua età; non aveva ancora diciotto anni, e la sua statura non giungeva a un metro e settanta; il viso era ancora imberbe. Gli riusciva sempre difficile convincere la gente della sua vera età. Ora, vedendo il campo dei razzi interplanetari, il suo viso assunse un'espressione così eccitata da farlo sembrare ancor più giovane. Ma c'era del rispetto sul volto del pilota. «Dev'essere bello to...

Francesca Cavallero: Le ombre di Morjegrad

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Se fosse una notte stellata, staresti ore a guardare la polvere siderale frantumarsi in riflessi, per poi viaggiare attraverso il tempo e lo spazio e raggiungere le tue pupille in forma d’illusione, o di ricordo. Se fosse acqua torbida, cercheresti figure nel fango. Se fosse un cielo in burrasca, racconteresti la storia di battaglie iperuraniche fra dei che trasmutano, contorcendosi nella furia dei secoli. Morjegrad somiglia a una tempesta d’ombre congelate, a una galassia crepuscolare, elegante spasimo di un’aurora contaminata. Guardala. Così cicatrizzata a nord, sull’oceano, la città è una stupenda neoplasia: megalopoli di cemento, metallo e sangue, il suo profilo risale agli occhi come una marea sbagliata, il fetore di combustione e gas riempie polmoni e cervello di un panorama acuminato, irto di grattacieli e animato da sciami di veicoli militari in rapida orbitazione. Mi sembra ancora di vederli, i fasci di luce tatuati sul cielo infetto: la cuspide nera dell’Obelisco, vertiginosa...