Casablanca
Guardando Casablanca mi ha colpito soprattutto quanto riesca a essere doloroso senza cercare continuamente di commuovere. Rick e Ilsa non hanno bisogno di grandi dichiarazioni per far capire quello che è rimasto tra loro, perché basta il modo in cui si guardano, quello che evitano di dire e la tensione che cambia appena si ritrovano nella stessa stanza. Humphrey Bogart porta sul volto tutta la stanchezza di un uomo che ha cercato di chiudere una parte della propria vita senza riuscirci davvero, mentre Ingrid Bergman rende Ilsa molto più complicata della semplice donna contesa tra due uomini, perché nel suo comportamento si sente continuamente il peso di una scelta che non può lasciare tutti indenni.
La loro storia mi piace proprio perché non viene trattata come un amore destinato automaticamente a vincere su tutto. Il passato tra Rick e Ilsa è ancora vivo, ma intorno a loro esiste una realtà più grande del desiderio di stare insieme, e il film non cerca una soluzione comoda per accontentare lo spettatore. Rick potrebbe scegliere se stesso, potrebbe approfittare della situazione e riprendersi la donna che ama, invece arriva a capire che il sentimento non gli dà il diritto di decidere soltanto in base a ciò che vuole. È questo che rende il finale così forte: non la rinuncia in sé, ma la consapevolezza con cui viene compiuta, sapendo perfettamente cosa significa perdere di nuovo quella persona.
Mi piace anche il modo in cui il Rick’s Café raccoglie persone che sembrano vivere tutte con la valigia pronta, sospese tra quello che hanno lasciato e un futuro che non sanno ancora se riusciranno a raggiungere. In quel locale si beve, si suona, si fanno affari, si cercano documenti e si tenta di mantenere una parvenza di normalità, ma la guerra rimane presente anche quando nessuno ne parla apertamente. La scena della Marsigliese funziona ancora benissimo proprio perché nasce dentro quell’atmosfera: non sembra inserita per obbligare lo spettatore a emozionarsi, ma esplode quasi naturalmente dalla tensione accumulata fino a quel momento, e vedere quelle persone cantare insieme restituisce per pochi minuti tutta la loro rabbia e la loro voglia di non lasciarsi schiacciare.
Quello che mi resta di Casablanca, però, è soprattutto Rick alla fine, perché il personaggio che all’inizio sembra aver smesso di credere negli altri decide invece di fare qualcosa che non gli porterà nessun vantaggio personale. Non diventa improvvisamente un altro uomo e non cancella quello che ha sofferto, semplicemente smette di usare il dolore come motivo per restare fermo. Per questo l’ultima parte mi arriva più della storia romantica presa da sola: Rick perde Ilsa, ma nello stesso momento recupera una parte di sé che sembrava essersi spenta insieme al loro passato.
Forse è proprio questo che rende Casablanca ancora così coinvolgente dopo tanti anni, perché non pretende che amare significhi necessariamente restare insieme e non prova a trasformare ogni sentimento in una consolazione. Rick e Ilsa si amano, ma quel sentimento non basta a cancellare tutto il resto, e il film ha il coraggio di lasciarli andare in direzioni diverse senza sminuire quello che hanno provato. Alla fine rimane una tristezza molto pulita, senza ricatti emotivi, insieme alla sensazione che alcune persone possano continuare ad avere un posto enorme nella nostra vita anche quando non possono più farne parte.

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