Il tenente Sheridan, quando un investigatore diventa una presenza
di Elisa Rubini
Guardare oggi Il tenente Sheridan significa accorgersi quasi subito che il tempo trascorso non è riuscito a portarsi via la cosa più importante: l’umanità di questo personaggio. Il bianco e nero, i ritmi lontanissimi dalla frenesia delle serie contemporanee, quell’impermeabile diventato inseparabile dalla figura di Sheridan potrebbero far pensare a una televisione ormai consegnata alla nostalgia. Poi entra in scena Ubaldo Lay e quella distanza si accorcia. Sheridan non ha bisogno di essere spettacolare, tormentato fino all’eccesso o trasformato in un superuomo per imporsi. Gli basta osservare, ascoltare, aspettare che una contraddizione tradisca qualcuno. Soprattutto, gli basta essere credibile. È forse questa la qualità che oggi colpisce maggiormente: davanti a lui non sembra di assistere alla costruzione di un eroe televisivo, ma di incontrare un uomo che ha scelto di fare il proprio mestiere con intelligenza, ostinazione e una dignità quasi silenziosa.
Ubaldo Lay gli regala un fascino che non nasce dalla posa. Sheridan possiede autorità senza schiacciare chi gli sta davanti, intuito senza compiacersene, sicurezza senza quella fastidiosa arroganza che tanta televisione successiva ha confuso con il carisma. Nel suo modo di interrogare una persona, di soffermarsi su un dettaglio o semplicemente di rimanere in silenzio passa qualcosa che la sceneggiatura non potrebbe ottenere da sola. Passa l’impressione di un uomo che prima di giudicare vuole capire.
Ed è proprio qui che il giallo smette di essere soltanto una caccia al colpevole. Dietro il delitto affiorano debolezze, interessi, paure, menzogne, amicizie tradite e persone costrette a mostrare la parte meno presentabile di sé. Sheridan attraversa tutto questo senza diventare cinico. Conosce il male, ma non sembra aver perso la capacità di riconoscere l’essere umano che gli sta davanti.
La sua forza sta anche in quello che non fa. Non corre continuamente, non riempie ogni scena di parole, non deve ricordare allo spettatore ogni cinque minuti quanto sia brillante. Ragiona. Lascia sedimentare un dubbio. Guarda. E quel ritmo, che sulle prime può sembrare appartenere irrimediabilmente a un’altra epoca televisiva, finisce invece per diventare uno dei piaceri più profondi della serie. Finalmente l’indagine respira. Finalmente lo spettatore può entrare davvero nel caso, osservare i personaggi, sospettare, sbagliare, cambiare idea. La tensione non viene fabbricata alzando continuamente il volume, ma cresce attraverso una frase pronunciata male, un comportamento che stona, un particolare apparentemente innocente. È una suspense più pulita e, proprio per questo, capace ancora di mordere.
Poi rimane lui, Sheridan, ed è impossibile separarlo dal volto di Lay. Alcuni attori interpretano un personaggio, altri finiscono per consegnargli qualcosa di sé fino a renderlo irripetibile. Lay appartiene alla seconda categoria. Basta la compostezza del corpo, quella maniera asciutta di parlare, uno sguardo trattenuto invece di una smorfia sottolineata perché Sheridan acquisti peso. Persino il celebre impermeabile bianco, che avrebbe potuto trasformarsi in un semplice vezzo iconografico, diventa parte della sua identità: lo riconosci e sai immediatamente chi sta arrivando, ma dietro quell'immagine familiare resta un personaggio molto meno semplice di quanto la sua apparente imperturbabilità suggerisca.
Forse l tenente Sheridan emoziona proprio perché appartiene a una televisione che aveva ancora il coraggio di fidarsi dell’attenzione del pubblico. Non aveva bisogno di scuoterlo continuamente per paura che scappasse. Gli chiedeva invece di entrare nella storia, ascoltare, osservare e aspettare. Il risultato possiede un calore difficile da riprodurre artificialmente, perché nasce anche dall’incontro fra scrittura, recitazione e un modo completamente diverso di concepire il rapporto con chi guarda. Sheridan non cerca di sedurci a ogni costo e proprio per questo conquista.
Rivederlo non significa soltanto recuperare un pezzo importante della storia televisiva italiana. Significa ritrovare un modo di raccontare il giallo nel quale l’intelligenza vale più dell’effetto, il carattere più della spettacolarità e una pausa può dire molto più di una scena urlata. Soprattutto significa incontrare nuovamente un personaggio che non sembra invecchiato insieme alle scenografie, agli abiti o alle tecniche televisive della sua epoca. Ezechiele Sheridan resta lì, con il suo impermeabile, il suo sguardo attento e quella calma che non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno. Quando una serie riesce a lasciare questa sensazione dopo tanti decenni, la parola “vecchia” perde quasi ogni significato. Rimane soltanto la buona televisione, quella capace di farsi ricordare non perché faceva più rumore delle altre, ma perché aveva un'anima.

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