Il cervello non è sempre stanco: a volte è semplicemente troppo pieno
di Elisa Rubini
Arriva un momento della giornata in cui persino una domanda semplice sembra di troppo. Qualcuno ti chiede che cosa vuoi mangiare, quale film preferisci vedere, se domani puoi fare una certa cosa, e dentro di te senti nascere un’irritazione sproporzionata rispetto alla domanda. Non perché quella persona abbia fatto qualcosa di sbagliato, ma perché decidere ancora, rispondere ancora, pensare ancora sembra richiedere uno spazio mentale che in quel momento non trovi più.
La prima spiegazione che viene spontanea è quasi sempre la stessa: sono stanco. E naturalmente può essere vero. Esiste la stanchezza che arriva dopo aver dormito poco, lavorato troppo, affrontato giornate fisicamente impegnative o attraversato periodi nei quali recuperare energie è diventato difficile. Eppure esiste anche un’altra sensazione, molto simile e proprio per questo facile da confondere con la fatica: quella di avere la testa talmente occupata da non riuscire più ad accogliere nulla.
Non serve aver compiuto imprese eccezionali per arrivare a sera in quello stato. Basta una giornata costruita attraverso decine di piccoli passaggi che, presi singolarmente, sembrano insignificanti. Apri il computer con una cosa precisa da terminare, compare una mail, mentre rispondi arriva un messaggio, ricordi qualcosa che devi controllare, apri una nuova scheda, qualcuno ti interrompe, torni alla mail e nel frattempo non ricordi più esattamente dove eri rimasto. Dopo qualche ora hai fatto parecchio, ma soprattutto hai spostato continuamente la tua attenzione da una cosa all’altra.
Lo stesso accade fuori dal lavoro. Una persona che gestisce una famiglia può avere contemporaneamente in testa la spesa, un appuntamento, una telefonata da fare, una bolletta, qualcosa che manca in casa e un problema raccontato da qualcuno che ama. Uno studente può chiudere il libro continuando a pensare all’esame, alle pagine ancora da studiare e a quello che avrebbe dovuto fare prima. Chi trascorre molte ore online passa spesso senza accorgersene da informazioni importanti a contenuti completamente irrilevanti, da una conversazione a una notizia, da una notifica a un video, mantenendo la mente continuamente impegnata a capire che cosa meriti attenzione.
Il problema è che molte di queste attività non sembrano faticose mentre le stiamo facendo. Nessuno pensa di essersi stancato perché ha letto sette messaggi, controllato due volte una mail e aperto Instagram durante una pausa. È proprio questo a rendere il sovraccarico così difficile da riconoscere: non ha necessariamente un momento preciso nel quale possiamo dire “ecco, mi sono esaurito qui”. Si accumula in silenzio, attraverso piccole richieste che continuano ad aggiungersi fino a quando anche quella successiva sembra insopportabile.
La differenza si nota spesso quando finalmente avremmo il diritto di fermarci. Il lavoro è finito, gli impegni principali sono chiusi, nessuno sta chiedendo qualcosa di urgente, eppure la testa non segue il programma. Continuiamo a ripensare a una conversazione, a ricordare qualcosa per il giorno dopo, a controllare il telefono quasi automaticamente. Magari decidiamo di rilassarci guardando una serie e, dopo pochi minuti, ci ritroviamo con lo smartphone in mano mentre la televisione continua ad andare davanti a noi.
È una scena diventata talmente normale da non sembrarci nemmeno strana: cerchiamo riposo aggiungendo altri stimoli.
Il telefono, naturalmente, non è il colpevole universale di ogni forma di stanchezza contemporanea, perché sarebbe una spiegazione troppo facile. Il punto riguarda piuttosto la difficoltà crescente di lasciare dei vuoti. Aspettiamo pochi minuti e apriamo qualcosa. Mangiamo e guardiamo qualcosa. Camminiamo e ascoltiamo qualcosa. Guardiamo un film e, appena il ritmo rallenta, controlliamo qualcosa. Persino le pause rischiano di diventare contenitori da riempire, come se qualche minuto senza informazioni fosse tempo sprecato.
Proprio quel vuoto che cerchiamo continuamente di eliminare può invece avere un valore enorme. Non perché servano rituali complicati, tecniche perfette o mezz’ore di meditazione obbligatoria, ma perché una mente alla quale viene chiesto continuamente di ricevere, scegliere, interpretare e rispondere ha bisogno anche di momenti nei quali non succeda nulla di particolare.
Fare una doccia senza portarsi dietro un video da ascoltare, preparare qualcosa da mangiare senza controllare contemporaneamente le notifiche, colorare, sistemare fotografie, costruire qualcosa con le mani, ascoltare davvero un disco oppure restare seduti qualche minuto senza cercare immediatamente un nuovo contenuto possono sembrare gesti quasi insignificanti. La loro forza, però, sta proprio nel non aggiungere continuamente materiale da elaborare.
La vera difficoltà è che quando siamo mentalmente saturi tendiamo spesso a fare esattamente il contrario. Sentendoci senza energie, scegliamo attività che sembrano facili e passive, come scorrere contenuti sul telefono. Non dobbiamo organizzarle, non dobbiamo prepararci e non richiedono apparentemente alcuno sforzo. Dopo mezz’ora, però, possiamo ritrovarci ancora più dispersivi di prima, perché il corpo è rimasto fermo mentre la nostra attenzione ha continuato a essere trascinata da una cosa all’altra.
Riconoscere questa differenza cambia anche il modo in cui giudichiamo noi stessi. Quando una persona arriva a sera e non riesce più a concentrarsi, può pensare di essere diventata pigra, poco efficiente o incapace di gestire il proprio tempo. Magari durante la giornata ha invece gestito una quantità enorme di piccoli passaggi, interruzioni e decisioni che nessuno, lei compresa, considera vero lavoro mentale.
Esiste poi una stanchezza ancora diversa, quella che non passa davvero con una serata tranquilla o con qualche giorno più leggero. Quando la fatica diventa persistente, molto intensa, compare senza una ragione comprensibile oppure comincia a compromettere stabilmente la vita quotidiana, ridurla alla semplice idea di “avere troppe cose in testa” sarebbe superficiale. In quei casi vale la pena parlarne con un professionista sanitario, perché la stanchezza può avere origini diverse e merita di essere presa sul serio.
Nella quotidianità, però, imparare a distinguere le due sensazioni può evitare molti errori. Una persona realmente esausta ha bisogno di recuperare energie. Una persona mentalmente sovraccarica può aver bisogno soprattutto di smettere, almeno per un poco, di continuare a ricevere richieste dall’esterno e da se stessa.
Forse per questo alcune giornate non chiedono necessariamente più sonno, una vacanza o una rivoluzione nella propria vita. Chiedono qualcosa di molto meno spettacolare e, proprio per questo, più difficile da concedersi: una parte della serata nella quale nessuno debba essere produttivo, aggiornato, disponibile, informato o pronto a rispondere.
La testa non ha sempre bisogno che troviamo qualcosa di piacevole con cui riempirla. Qualche volta ha bisogno esattamente del contrario: che smettiamo finalmente di aggiungere.

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