Mike Resnick: Cassiopea, il castello
a cura di Roberto Roganti
«Sono così dannatamente stanco di farti uscire su cauzione» si lamentò Pretorius, mentre il robot accompagnava Cobra alla scrivania d’ingresso.
«Ehi, Nathan» replicò lei. «A volte mi viene il dubbio che usi soldi tuoi.»
«Diavolo, sei stata incarcerata in tante di quelle occasioni che non potrei permettermi somme simili.»
«Rinviamo adesso Sally Kowalski alla sua custodia» disse il robot con una stridente voce monotona.
«Non ho idea di come funzioni questo fottuto sistema» brontolò Pretorius. «Ti sei fatta acciuffare tanto spesso che la tua cauzione dovrebbe essere molto più alta.»
Lei sorrise e scosse la testa. «Mi pigliano perché nessun altro riesce a fare quel che faccio io. Danno un’occhiata ai risultati, sanno che sono stata io e vengono a prendermi. Nessuno di loro deve sgobbare. Non sono mai stata arrestata durante un furto.»
«Allora perché diavolo non fai un colpo che riesca a fare chiunque?»
«Perché sono un’artista» disse Cobra.
«Suppongo che lo incideremo sulla tua pietra tombale» replicò Pretorius, guidando la donna piccola e filiforme su un marciapiede.
«A meno che non ti sia trasferito da quella ridicola fortezza che chiami appartamento, andiamo nella direzione sbagliata.»
«Niente affatto.»
«Ma più avanti non c’è nulla, a parte il carcere militare.»
Pretorius sorrise. «Dovresti essere abituata alle prigioni, ormai.»
«Quale membro della squadra intendi tirar fuori di lì?» chiese lei.
«Siamo solo in visita.»
«Giusto» disse lei. «E hai pagato trentamila crediti per la cauzione in modo da potermi far visitare un’altra prigione.»
«Un altro prigioniero, a essere più precisi» la corresse Pretorius.
«Ed è uno dei nostri Senza Speranza?»
Pretorius scosse la testa.
«Okay, mi arrendo. Perché dovrei essere tanto affascinante da valere trentamila crediti per incontrare qualcuno?»
«Circe era la nostra empatica» replicò Pretorius. «Con la sua morte, non ho più nessuno che sappia leggere le menti o le emozioni. Spero solo che tu abbia una personalità abbastanza criminale da dirmi
cosa pensa, e se credi che stia mentendo.»
«Chi starebbe pensando o mentendo?»
«Michkag.»
«Il nostro Michkag? Credevo che fosse in Orione da qualche parte, a guidare la Coalizione in una trappola dopo l’altra.»
Pretorius scosse la testa. «Il Michkag originale.»
«Che cosa sta combinando? Guida una specie di rivolta in prigione?»
«Per quanto ne so, è ligio alle regole e si fa gli affari suoi» rispose Pretorius.
«Non l’ho più visto da quando l’abbiamo catturato e consegnato qui» rifletté Cobra.
«Neanch’io.»
Lei si accigliò e scese dal marciapiede. «Va bene, non muoverò un passo oltre questo punto finché non mi avrai detto che diavolo di storia è questa.»
Anche Pretorius scese, e abbassò lo sguardo a fissarla.
«Si tratta del clone» cominciò.
«Dannazione!» esclamò Cobra. «Si è fatto ammazzare, e adesso ti stai chiedendo se sia sicuro stringere un patto con l’originale e riportarlo al suo posto.»
«Vorrei che fosse così semplice» disse Pretorius.
«Davvero?»
Lui annuì. «Andiamo alla prigione. Non voglio che nessuno origli quel che ti dirò poi.»
Lei lo fissò di rimando, aggrottando la fronte. «È qualcosa di così grosso?»
«Basta che torni sul marciapiede.»
Lei vi risalì senza ulteriori discussioni, e restò in silenzio per l’ultimo mezzo miglio finché non scesero di nuovo e un momento dopo entrarono nella prigione.
Nell’attimo stesso in cui furono dentro, lei lo prese per un braccio e lo condusse in un angolo dell’ingresso.
«Okay» disse. «Ora voglio sapere che succede.»
«Il clone ha tradito.»
«È dalla loro parte, adesso?»
«Proprio così.»
«Allora, qual è il problema?» chiese lei. «Siamo arrivati a quello vero. Di sicuro potremo arrivare al sosia.»
«Non è un sosia» replicò Pretorius. «È un clone.»
«Stessa cosa. È un’imitazione di Michkag.»
«Michkag era il miglior generale… be’, il meglio di tutto quello che avesse il nemico. Abbiamo detto al pubblico che nelle battaglie facevamo pari e patta, ma la verità è che ce le stava dando di santa ragione.»
«Lo so.»
«Quindi ci siamo trovati un voltagabbana, l’abbiamo pagato per passare al nostro fianco e grattare un po’ di pelle al Michkag originale in modo da clonarlo.»
«Lo so» disse lei, irritata. «Io c’ero, ricordi?»
«Giusto, c’eri» disse lui, mentre si avvicinavano alla prigione. «E tu e il resto dei miei Senza Speranza l’avete tirato fuori di soppiatto dalla fortezza di Orione, e avete fatto lo scambio.»
«Allora dimmi qualcosa che non so.»
«Quello che non sai è che il clone è altrettanto brillante dell’originale, fino al minimo dettaglio, e che gli piace fare il generale di un esercito e una flotta spaziale che annoverano più di cinque miliardi di persone. Poiché è stato allevato all’interno della Democrazia, ha avuto anni per studiarci, per cercare i nostri punti deboli, e dato che era proprietà dei militari, ha imparato come pensano loro. Come ragionano i nostri militari. E ovviamente è stato addestrato a sapere come pensano quelli della Coalizione, dato che doveva passare per il vero Michkag.» Pretorius abbassò gli occhi a fissarla. «Cominci ad afferrare il problema?»
«Cosa credi di poter imparare dall’originale?» domandò Cobra, mentre s’inoltravano nell’edificio massicciamente sorvegliato. «E perché diavolo dovrebbe dirti qualcosa? Se stavano vincendo con lui al comando, di sicuro continuano a vincere con una sua versione più brillante e meglio addestrata.»
«Non so cosa potremo scoprire» ammise Pretorius.
«Allora perché siamo qui?» domandò Cobra.
«Non importa quanto sei brillante, quanto sia eccezionale la tua comprensione delle tattiche militari, con quanta astuzia improvvisi sotto pressione… se t’innalzi alla posizione che aveva Michkag, devi anche essere qualcosa in più di un piccolo egomaniaco.» S’interruppe. «Magari sarà geloso che un altro Michkag si prenda tutta la gloria.»
«Tanto geloso da aiutarci?» chiese Cobra, dubbiosa.
Pretorius si strinse nelle spalle. «Non lo so. Ti dirò una cosa, comunque.»
«Cosa?»
«Non lo sapremo mai, se non gli diamo una possibilità.»
Una guardia in uniforme gli si avvicinò. «Scopo della sua visita, signore?»
«Sono qui per parlare col prigioniero Michkag. Il mio nome è Pretorius; il generale Cooper mi darà ogni autorizzazione.»
«E lei?» chiese la guardia, indicando Cobra.
«Sally Kowalski» disse Pretorius. «Darà l’okay anche a lei.»
«Un momento, signore» disse la guardia, dirigendosi in un altro locale. Tornò un momento dopo. «Signore e signorina, seguitemi.»
Pretorius sperò che Cobra non facesse una scenata per essere stata chiamata “signorina” e seguì la guardia.
Entrarono in un aeropozzo, salirono fluttuando per tre livelli ed emersero in uno stretto corridoio. Procedettero per tutta la sua lunghezza fino al termine, oltre un gran numero di porte con le sbarre, finché non giunsero a quella che parve una stanza completamente aperta.
«Vedete quella riga sul pavimento?» disse la guardia. «Non superatela.»
«Un campo di forza?» chiese Pretorius.
La guardia annuì. «Naturalmente.»
«Fa perdere i sensi o è letale?»
«Letale» fu la risposta. «Non tiriamo a indovinare su quanto possa sopportare un alieno.»
«Bene, grazie» disse Pretorius.
«Sarò in fondo al corridoio, dove siamo usciti dall’aeropozzo» disse la guardia, estraendo la pistola laser e regolandola su “letale”.
Pretorius si voltò a guardare nella cella. Un grosso membro della razza Kabori, di aspetto possente, sedeva su uno scranno palesemente costruito per resistere alla sua stazza. Era alto poco più di un metro e ottanta, con un naso prensile più simile a quello di una scimmia proboscide che di un elefante. Aveva due occhi molto distanziati, condotti uditivi ma niente orecchie e un aguzzo mento appuntito. Le braccia erano della lunghezza di quelle di un gorilla e altrettanto nerborute. I piedi erano quasi circolari. Testa e corpo erano privi di pelo, e il loro colore, da cima a fondo, era un rosso spento. Fissò senza espressione i due umani.
«Ehi, Michkag» disse Pretorius. «Ti ricordi di noi?»
«Tu e il resto della tua variegata ciurma dominate ogni mio pensiero, da sveglio» rispose Michkag amaramente.
«Mi spiace.»
«Un giorno fuggirò e reclamerò il mio impero. Allora conoscerai il vero significato delle parole “mi spiace”.»
«Non succederà» disse Cobra.
Michkag la guardò torvo per un lungo momento. «Credi di potermi fermare, tu?»
«Non ne ho bisogno» rispose lei con un sorriso. «Sei già stato neutralizzato.»
«Intendi queste mura e questo campo di forza?» disse Michkag agitando sprezzante il braccio a indicare i suoi dintorni. «Presto o tardi le mie forze verranno a liberarmi.»
«Prima devono sapere che sei qui» disse Cobra.
«Mi troveranno.»
Lei scosse il capo. «Non verranno nemmeno a cercarti.»
Michkag ponderò quel che aveva detto, poi scrollò la testa come per schiarirsi le idee. «Siete venuti qui solo per parlarmi di sciocchezze?»
«No» rispose Cobra. «Sono venuta qui per gongolare dopo che lui…» agitò un pollice in direzione di Pretorius «… ti avrà aggiornato sulle ultime notizie.»
Michkag si voltò verso Pretorius e lo fissò a lungo. «Be’?» chiese infine.
«Nessuno ti sta cercando, perché si trovano benissimo col Michkag che hanno» spiegò Pretorius.
«Di che stai parlando?» ringhiò Michkag. «Sono io, Michkag.»
Questa volta fu Pretorius a scuotere il capo. «Tu sei un Michkag. Il clone con cui ti abbiamo rimpiazzato detta ancora legge nella Coalizione.»
«Allora perché siete…?» iniziò Michkag. Poi, d’improvviso, restò di sasso, e dopo qualche secondo l’equivalente di un sorriso gli balenò a poco a poco sulle labbra. «Non riuscite più a controllarlo.»
«Esatto.»
«Allora è un vero clone. Ha i miei pensieri, non solo i miei geni.»
«Non per molto» disse Pretorius.
Michkag scoppiò in un’aspra risata. «Non potete mentirmi! Non avete idea di come combatterlo e siete venuti da me in cerca di consigli.» S’interruppe. «Morirete di vecchiaia, sotto tortura o preferibilmente sfigurati da qualche dolorosa malattia, prima che vi dica qualunque cosa utile.»
«Non hai ancora sentito la mia offerta» disse Pretorius.
«Intendete riportarmi in segreto in Orione e ripetere lo stesso scambio che mi ha fatto finire qui?» disse Michkag sprezzante.
«No, sei troppo pericoloso per lasciarti di nuovo a piede libero.»
«Allora cosa potresti mai offrire?»
«Hai trascorso più di un anno in questa piccola cella» replicò Pretorius. «Non potremo mai liberarti, ma se accetterai di aiutarci posso disporre che tu venga trasferito in una villa massicciamente sorvegliata, su qualche acro di terreno. Eccetto le guardie, sarai l’unico sull’intero pianeta, e non atterrerà nessuna nave… tranne che per portare guardie di rimpiazzo. Ma sarà un modo dannatamente più piacevole di passare il resto della tua vita rinchiuso quassù.»
Pretorius non riuscì a leggere l’espressione di Michkag. Ma poté dire, dal volto e dal comportamento di Cobra, che lei pensava stessero sprecando il loro tempo.
«Ehmbe’?» disse dopo che erano passati un paio di minuti.
«Prenderò in prestito un’espressione che ho udito dagli Uomini, nelle occasioni in cui sono stato in loro compagnia.»
Michkag cadde in silenzio per altri trenta secondi.
«Sto ancora aspettando la tua risposta.»
Michkag attraversò la piccola cella finché non si trovò a pochi centimetri dal campo di forza e guardò Pretorius dritto negli occhi.
«Va’ all’inferno» disse.
«Diavolo, sei stata incarcerata in tante di quelle occasioni che non potrei permettermi somme simili.»
«Rinviamo adesso Sally Kowalski alla sua custodia» disse il robot con una stridente voce monotona.
«Non ho idea di come funzioni questo fottuto sistema» brontolò Pretorius. «Ti sei fatta acciuffare tanto spesso che la tua cauzione dovrebbe essere molto più alta.»
Lei sorrise e scosse la testa. «Mi pigliano perché nessun altro riesce a fare quel che faccio io. Danno un’occhiata ai risultati, sanno che sono stata io e vengono a prendermi. Nessuno di loro deve sgobbare. Non sono mai stata arrestata durante un furto.»
«Allora perché diavolo non fai un colpo che riesca a fare chiunque?»
«Perché sono un’artista» disse Cobra.
«Suppongo che lo incideremo sulla tua pietra tombale» replicò Pretorius, guidando la donna piccola e filiforme su un marciapiede.
«A meno che non ti sia trasferito da quella ridicola fortezza che chiami appartamento, andiamo nella direzione sbagliata.»
«Niente affatto.»
«Ma più avanti non c’è nulla, a parte il carcere militare.»
Pretorius sorrise. «Dovresti essere abituata alle prigioni, ormai.»
«Quale membro della squadra intendi tirar fuori di lì?» chiese lei.
«Siamo solo in visita.»
«Giusto» disse lei. «E hai pagato trentamila crediti per la cauzione in modo da potermi far visitare un’altra prigione.»
«Un altro prigioniero, a essere più precisi» la corresse Pretorius.
«Ed è uno dei nostri Senza Speranza?»
Pretorius scosse la testa.
«Okay, mi arrendo. Perché dovrei essere tanto affascinante da valere trentamila crediti per incontrare qualcuno?»
«Circe era la nostra empatica» replicò Pretorius. «Con la sua morte, non ho più nessuno che sappia leggere le menti o le emozioni. Spero solo che tu abbia una personalità abbastanza criminale da dirmi
cosa pensa, e se credi che stia mentendo.»
«Chi starebbe pensando o mentendo?»
«Michkag.»
«Il nostro Michkag? Credevo che fosse in Orione da qualche parte, a guidare la Coalizione in una trappola dopo l’altra.»
Pretorius scosse la testa. «Il Michkag originale.»
«Che cosa sta combinando? Guida una specie di rivolta in prigione?»
«Per quanto ne so, è ligio alle regole e si fa gli affari suoi» rispose Pretorius.
«Non l’ho più visto da quando l’abbiamo catturato e consegnato qui» rifletté Cobra.
«Neanch’io.»
Lei si accigliò e scese dal marciapiede. «Va bene, non muoverò un passo oltre questo punto finché non mi avrai detto che diavolo di storia è questa.»
Anche Pretorius scese, e abbassò lo sguardo a fissarla.
«Si tratta del clone» cominciò.
«Dannazione!» esclamò Cobra. «Si è fatto ammazzare, e adesso ti stai chiedendo se sia sicuro stringere un patto con l’originale e riportarlo al suo posto.»
«Vorrei che fosse così semplice» disse Pretorius.
«Davvero?»
Lui annuì. «Andiamo alla prigione. Non voglio che nessuno origli quel che ti dirò poi.»
Lei lo fissò di rimando, aggrottando la fronte. «È qualcosa di così grosso?»
«Basta che torni sul marciapiede.»
Lei vi risalì senza ulteriori discussioni, e restò in silenzio per l’ultimo mezzo miglio finché non scesero di nuovo e un momento dopo entrarono nella prigione.
Nell’attimo stesso in cui furono dentro, lei lo prese per un braccio e lo condusse in un angolo dell’ingresso.
«Okay» disse. «Ora voglio sapere che succede.»
«Il clone ha tradito.»
«È dalla loro parte, adesso?»
«Proprio così.»
«Allora, qual è il problema?» chiese lei. «Siamo arrivati a quello vero. Di sicuro potremo arrivare al sosia.»
«Non è un sosia» replicò Pretorius. «È un clone.»
«Stessa cosa. È un’imitazione di Michkag.»
«Michkag era il miglior generale… be’, il meglio di tutto quello che avesse il nemico. Abbiamo detto al pubblico che nelle battaglie facevamo pari e patta, ma la verità è che ce le stava dando di santa ragione.»
«Lo so.»
«Quindi ci siamo trovati un voltagabbana, l’abbiamo pagato per passare al nostro fianco e grattare un po’ di pelle al Michkag originale in modo da clonarlo.»
«Lo so» disse lei, irritata. «Io c’ero, ricordi?»
«Giusto, c’eri» disse lui, mentre si avvicinavano alla prigione. «E tu e il resto dei miei Senza Speranza l’avete tirato fuori di soppiatto dalla fortezza di Orione, e avete fatto lo scambio.»
«Allora dimmi qualcosa che non so.»
«Quello che non sai è che il clone è altrettanto brillante dell’originale, fino al minimo dettaglio, e che gli piace fare il generale di un esercito e una flotta spaziale che annoverano più di cinque miliardi di persone. Poiché è stato allevato all’interno della Democrazia, ha avuto anni per studiarci, per cercare i nostri punti deboli, e dato che era proprietà dei militari, ha imparato come pensano loro. Come ragionano i nostri militari. E ovviamente è stato addestrato a sapere come pensano quelli della Coalizione, dato che doveva passare per il vero Michkag.» Pretorius abbassò gli occhi a fissarla. «Cominci ad afferrare il problema?»
«Cosa credi di poter imparare dall’originale?» domandò Cobra, mentre s’inoltravano nell’edificio massicciamente sorvegliato. «E perché diavolo dovrebbe dirti qualcosa? Se stavano vincendo con lui al comando, di sicuro continuano a vincere con una sua versione più brillante e meglio addestrata.»
«Non so cosa potremo scoprire» ammise Pretorius.
«Allora perché siamo qui?» domandò Cobra.
«Non importa quanto sei brillante, quanto sia eccezionale la tua comprensione delle tattiche militari, con quanta astuzia improvvisi sotto pressione… se t’innalzi alla posizione che aveva Michkag, devi anche essere qualcosa in più di un piccolo egomaniaco.» S’interruppe. «Magari sarà geloso che un altro Michkag si prenda tutta la gloria.»
«Tanto geloso da aiutarci?» chiese Cobra, dubbiosa.
Pretorius si strinse nelle spalle. «Non lo so. Ti dirò una cosa, comunque.»
«Cosa?»
«Non lo sapremo mai, se non gli diamo una possibilità.»
Una guardia in uniforme gli si avvicinò. «Scopo della sua visita, signore?»
«Sono qui per parlare col prigioniero Michkag. Il mio nome è Pretorius; il generale Cooper mi darà ogni autorizzazione.»
«E lei?» chiese la guardia, indicando Cobra.
«Sally Kowalski» disse Pretorius. «Darà l’okay anche a lei.»
«Un momento, signore» disse la guardia, dirigendosi in un altro locale. Tornò un momento dopo. «Signore e signorina, seguitemi.»
Pretorius sperò che Cobra non facesse una scenata per essere stata chiamata “signorina” e seguì la guardia.
Entrarono in un aeropozzo, salirono fluttuando per tre livelli ed emersero in uno stretto corridoio. Procedettero per tutta la sua lunghezza fino al termine, oltre un gran numero di porte con le sbarre, finché non giunsero a quella che parve una stanza completamente aperta.
«Vedete quella riga sul pavimento?» disse la guardia. «Non superatela.»
«Un campo di forza?» chiese Pretorius.
La guardia annuì. «Naturalmente.»
«Fa perdere i sensi o è letale?»
«Letale» fu la risposta. «Non tiriamo a indovinare su quanto possa sopportare un alieno.»
«Bene, grazie» disse Pretorius.
«Sarò in fondo al corridoio, dove siamo usciti dall’aeropozzo» disse la guardia, estraendo la pistola laser e regolandola su “letale”.
Pretorius si voltò a guardare nella cella. Un grosso membro della razza Kabori, di aspetto possente, sedeva su uno scranno palesemente costruito per resistere alla sua stazza. Era alto poco più di un metro e ottanta, con un naso prensile più simile a quello di una scimmia proboscide che di un elefante. Aveva due occhi molto distanziati, condotti uditivi ma niente orecchie e un aguzzo mento appuntito. Le braccia erano della lunghezza di quelle di un gorilla e altrettanto nerborute. I piedi erano quasi circolari. Testa e corpo erano privi di pelo, e il loro colore, da cima a fondo, era un rosso spento. Fissò senza espressione i due umani.
«Ehi, Michkag» disse Pretorius. «Ti ricordi di noi?»
«Tu e il resto della tua variegata ciurma dominate ogni mio pensiero, da sveglio» rispose Michkag amaramente.
«Mi spiace.»
«Un giorno fuggirò e reclamerò il mio impero. Allora conoscerai il vero significato delle parole “mi spiace”.»
«Non succederà» disse Cobra.
Michkag la guardò torvo per un lungo momento. «Credi di potermi fermare, tu?»
«Non ne ho bisogno» rispose lei con un sorriso. «Sei già stato neutralizzato.»
«Intendi queste mura e questo campo di forza?» disse Michkag agitando sprezzante il braccio a indicare i suoi dintorni. «Presto o tardi le mie forze verranno a liberarmi.»
«Prima devono sapere che sei qui» disse Cobra.
«Mi troveranno.»
Lei scosse il capo. «Non verranno nemmeno a cercarti.»
Michkag ponderò quel che aveva detto, poi scrollò la testa come per schiarirsi le idee. «Siete venuti qui solo per parlarmi di sciocchezze?»
«No» rispose Cobra. «Sono venuta qui per gongolare dopo che lui…» agitò un pollice in direzione di Pretorius «… ti avrà aggiornato sulle ultime notizie.»
Michkag si voltò verso Pretorius e lo fissò a lungo. «Be’?» chiese infine.
«Nessuno ti sta cercando, perché si trovano benissimo col Michkag che hanno» spiegò Pretorius.
«Di che stai parlando?» ringhiò Michkag. «Sono io, Michkag.»
Questa volta fu Pretorius a scuotere il capo. «Tu sei un Michkag. Il clone con cui ti abbiamo rimpiazzato detta ancora legge nella Coalizione.»
«Allora perché siete…?» iniziò Michkag. Poi, d’improvviso, restò di sasso, e dopo qualche secondo l’equivalente di un sorriso gli balenò a poco a poco sulle labbra. «Non riuscite più a controllarlo.»
«Esatto.»
«Allora è un vero clone. Ha i miei pensieri, non solo i miei geni.»
«Non per molto» disse Pretorius.
Michkag scoppiò in un’aspra risata. «Non potete mentirmi! Non avete idea di come combatterlo e siete venuti da me in cerca di consigli.» S’interruppe. «Morirete di vecchiaia, sotto tortura o preferibilmente sfigurati da qualche dolorosa malattia, prima che vi dica qualunque cosa utile.»
«Non hai ancora sentito la mia offerta» disse Pretorius.
«Intendete riportarmi in segreto in Orione e ripetere lo stesso scambio che mi ha fatto finire qui?» disse Michkag sprezzante.
«No, sei troppo pericoloso per lasciarti di nuovo a piede libero.»
«Allora cosa potresti mai offrire?»
«Hai trascorso più di un anno in questa piccola cella» replicò Pretorius. «Non potremo mai liberarti, ma se accetterai di aiutarci posso disporre che tu venga trasferito in una villa massicciamente sorvegliata, su qualche acro di terreno. Eccetto le guardie, sarai l’unico sull’intero pianeta, e non atterrerà nessuna nave… tranne che per portare guardie di rimpiazzo. Ma sarà un modo dannatamente più piacevole di passare il resto della tua vita rinchiuso quassù.»
Pretorius non riuscì a leggere l’espressione di Michkag. Ma poté dire, dal volto e dal comportamento di Cobra, che lei pensava stessero sprecando il loro tempo.
«Ehmbe’?» disse dopo che erano passati un paio di minuti.
«Prenderò in prestito un’espressione che ho udito dagli Uomini, nelle occasioni in cui sono stato in loro compagnia.»
Michkag cadde in silenzio per altri trenta secondi.
«Sto ancora aspettando la tua risposta.»
Michkag attraversò la piccola cella finché non si trovò a pochi centimetri dal campo di forza e guardò Pretorius dritto negli occhi.
«Va’ all’inferno» disse.
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