Nella nostra testa

 


Una giornata può essere normalissima e diventare pesantissima senza che sia successo niente di davvero enorme. Basta una frase detta male, un messaggio visualizzato e lasciato lì, una telefonata che tarda ad arrivare oppure una persona che ci sembra più fredda del solito. Il fatto magari dura pochi secondi, ma nella nostra testa continua per ore. Lo riprendiamo, lo giriamo da tutte le parti, proviamo a capire che cosa volesse dire davvero quella persona e, senza accorgercene, costruiamo una storia molto più lunga dell'episodio da cui siamo partiti.Succede perché la mente odia i vuoti. Quando non sa qualcosa, prova a riempirla da sola. Se qualcuno non risponde, magari sta lavorando, è distratto, ha il telefono lontano oppure semplicemente non ha voglia di parlare in quel momento. Noi, però, potremmo già essere arrivati molto più avanti e aver deciso che è arrabbiato, che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato oppure che ci sta evitando. Nel frattempo quella persona magari sta solo facendo la spesa. Fa quasi sorridere quando lo guardiamo da fuori, ma quando siamo dentro quel pensiero sembra tutto assolutamente vero.

La cosa curiosa è che due persone possono vivere la stessa situazione e portarsela addosso in modo completamente diverso. Immaginiamo due colleghi che ricevono la stessa correzione su un lavoro. Uno pensa che dovrà sistemare un paio di cose e continua la giornata. L'altro torna continuamente su quelle parole, si convince di aver fatto una figuraccia, comincia a dubitare delle proprie capacità e la sera racconta di aver avuto una giornata terribile. La correzione era la stessa, ma tutto ciò che è venuto dopo è stato costruito dentro di loro.

Non significa che i pensieri siano inutili o che dovremmo smettere di farli. Sarebbe impossibile, oltre che poco sensato. Il punto è capire quando stiamo guardando quello che è successo e quando, invece, stiamo già raccontandoci che cosa significa. La differenza sembra minuscola, ma cambia tantissimo. “Mi ha risposto male” è un fatto che possiamo valutare. “Non mi rispetta più, ce l'ha con me e ormai sarà sempre così” è già una storia molto più grande.

La mindfulness, tolta tutta la confezione che spesso la fa sembrare qualcosa di complicato o lontano dalla vita reale, può partire proprio da qui. Non serve sedersi in silenzio per mezz'ora, non serve diventare persone calme in ogni situazione e non serve convincersi che tutto va bene. Può bastare domandarsi, in un momento in cui sentiamo che la testa sta correndo troppo: che cosa è successo davvero? Questa domanda non cancella quello che proviamo, ma ci aiuta a separare il fatto da tutto quello che gli abbiamo appeso intorno.

Pensiamo a quante volte una giornata intera viene giudicata per un solo momento. Magari abbiamo lavorato bene, parlato con una persona che ci fa stare bene, mangiato qualcosa che ci piace e passato un'ora tranquilla, poi arriva un contrattempo e alla sera la conclusione è: “Che giornata di schifo”. Non stiamo mentendo, perché quel momento ci ha davvero disturbato, ma stiamo lasciando che occupi tutto lo spazio. Il resto sparisce, come se non fosse mai successo.

Anche il modo in cui parliamo a noi stessi segue spesso lo stesso meccanismo. Sbagliamo una cosa e invece di pensare “ho fatto un errore” arriviamo subito a “sono incapace”. Dimentichiamo qualcosa e diventa “non ne faccio mai una giusta”. Una persona ci delude e improvvisamente “tanto finisce sempre così”. Sono frasi che sembrano piccole, dette magari senza pensarci, ma cambiano il colore con cui guardiamo quello che stiamo vivendo.

Provare a fermarle non significa censurarsi. Possiamo essere arrabbiati, delusi, stanchi o preoccupati senza doverci correggere come se stessimo sbagliando emozione. Possiamo però evitare di trasformare quella sensazione in una sentenza definitiva. Una cosa è dire “questa situazione mi sta facendo male”, un'altra è convincersi che niente cambierà mai. Una cosa è riconoscere che qualcuno ci ha feriti, un'altra è costruire nella testa un intero futuro partendo da una sola frase.

Forse il passaggio più difficile è proprio questo: accettare che non tutto quello che pensiamo è automaticamente la realtà. Un pensiero può essere comprensibile, può nascere da esperienze passate e può perfino rivelarsi corretto, ma resta comunque un pensiero finché non abbiamo elementi sufficienti per trasformarlo in un fatto. Ricordarselo non ci rende ingenui. Al contrario, ci permette di guardare le cose con un po' più di precisione. La giornata che viviamo è fatta di cose concrete, mentre quella che raccontiamo nella nostra testa contiene anche paure, ricordi, aspettative e interpretazioni. Le due versioni si mescolano continuamente e spesso non ci accorgiamo nemmeno di dove finisca una e inizi l'altra. Imparare a riconoscerle non significa vivere senza problemi, ma può evitare che un problema piccolo diventi enorme soltanto perché continuiamo ad alimentarlo nella nostra mente.

Qualche volta la realtà è già abbastanza complicata da sola. Non abbiamo bisogno di aggiungerle continuamente capitoli che ancora non esistono.

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