Théophile Gautier - Il piede della mummia
Ero entrato in una di quelle botteghe, a metà tra deposito di robivecchi, magazzino di tappezziere, studio di pittore, dove la servizievole penombra cela il fatto che l'unica cosa autenticamente antica sia la polvere, e l'unico merletto artigianale sia la ragnatela.
La bottega in cui mi trovavo era uno straordinario raduno di oggetti d'ogni secolo e d'ogni paese: le armature splendevano tra ninfe di porcellana, gli scaffali rigurgitavano di tazze comuni e preziose, dagli armadi straripavano damaschi e broccati, mentre ritratti di ogni epoca mi fissavano attraverso patine giallastre.
Il mercante — dalla testa enorme, color rosa salmone, che avrebbe avuto un che di affettuoso se gli occhi non avessero tremolato d'astuzia, galleggiando come due monete d'oro sull'argento — non mi perdeva di vista, preoccupato che le falde del mio cappotto spazzassero via qualche oggetto prezioso. Intanto le sue mani, con le unghie ricurve come quelle che sporgono dalle membrane dei pipistrelli, si agitavano in un tremolare senile. Ma quelle deboli mani diventavano forti come chele di granchio quando afferravano un qualche oggetto che intendevano mostrarmi:
— Osservi questo kriss malese, con la lama ondulata come una fiamma! Com'è costruita per lacerare la carne, quando la si ritira dal corpo!
— No, basta con le armi, con queste arti da macellaio. Vorrei una statuina, qualcosa che possa servirmi da fermacarte, — dissi deciso.
L'uomo me ne sciorinò davanti di tutti i tipi; io ero incerto tra un piccolo drago di porcellana e un feticcio messicano, quando scorsi un piedino delizioso, di una calda tinta ramata. Splendeva come se fosse stato levigato da venti secoli di baci d'amore.
Era leggerissimo: non dunque fatto di metallo, ma un piccolo piede imbalsamato, il piede di una mummia. Le dita erano sottili, delicate, le unghie trasparenti come l'agata. Un piedino agile, con l'alluce un po' staccato dalle altre dita, come una zampa di uccello.
— Ah, lei ha scelto proprio il piede della principessa Hermonthis! — esclamò il
mercante, fissandomi con gli occhi gialli da civetta. – Se qualcuno avesse predetto al vecchio Faraone che il piede della sua figlia prediletta sarebbe servito da fermacarte! La fanciulla che dorme in una triplice bara laminata d'oro! No, il vecchio Faraone non ne sarà affatto contento, — concluse, facendo ruotare le pupille fosforescenti.
Tornai a casa entusiasta della mia scoperta e subito posai il piede della principessa su un fascio di carte. L'effetto era molto romantico.
Cenai con amici e quando rincasai la camera profumava di un effluvio dolce e penetrante che quattromila anni non erano riusciti a cancellare.
Durante la notte il profumo di mirra si fece più intenso e nel sonno mi procurò sensazioni strane: vedevo la mia stanza con occhi diversi: la luce smorzata della lampada, lo scintillio dei quadri, il languido ricadere delle tende avevano solo un'apparente tranquillità. Il ciocco di legno nel camino lanciò all'improvviso scintille azzurrastre, il legno dello scrittoio scricchiolò. Volsi gli occhi in quella direzione: il piede stava saltellando sui fogli come una rana impaurita e il piccolo tallone, solido come uno zoccolo di gazzella, produceva un rumore secco sulla carta. Ma un fermacarte è fatto per restare immobile!
Al di là delle tende si levò uno scalpiccio, come se qualcuno saltellasse su un piede solo. Colpito da un soffio di vento gelido, tremavo dal terrore. E poi la vidi avanzare: era una fanciulla bellissima, dalla pelle bruna e dai lineamenti di una perfezione egizia.
Portava cerchietti di vetro intorno alle braccia sottili e aveva sul petto un idolo di pietra verde. Una piastra d'oro le splendeva sulla fronte. Il corpo era avvolto in bende ornate da geroglifici, dalle quali si andava sciogliendo. Vidi così che aveva una gamba troncata alla caviglia e che mancava di un piede.
Si diresse alla scrivania e si mise a osservare il suo piede — perché era il suo — con grazia melanconica. Il piede intanto saltava qua e là, e lei non riusciva ad afferrarlo.
La fanciulla allora gli parlò in una lingua antica che quella notte riuscivo a comprendere perfettamente:
— Piedino caro, — gli diceva con voce cristallina, — perché mi sfuggi? Non ricordi come ti lavavo con l'acqua profumata in un bacile d'alabastro? Come ti tagliavo le unghie con pinzette d'oro, e le levigavo con un dente di ippopotamo? E come all'alluce ti mettevo anelli decorati con lo scarabeo sacro?
Ma il piede rispondeva: — Ahimè, non sono più tuo. Mi hanno comprato e pagato. Il vecchio mercante era irato con te perché ti sei rifiutata di sposarlo. Così ha mandato quell'arabo a forzare la tua tomba, in modo che priva del tuo piede tu non potessi più andare al convegno degli abitanti delle tenebre. Ce le hai le cinque monete d'oro per ricomprarmi?
— No, purtroppo mi è stato rubato tutto! — sospirò la piccola principessa.
— Principessa! — intervenni io a quel punto.
— Questo piede le appartiene e io glielo restituisco di tutto cuore. Mai potrei sopportare che rimanesse zoppa una creatura così sublime.
Lei mi sorrise riconoscente, prese il piede, ora tranquillo, e se lo riattaccò con grande naturalezza. Camminò poi su e giù per la stanza come se si provasse un paio di stivaletti nuovi.
— Venga con me da mio padre, — cinguettò.
— Vorrà esprimerle la sua riconoscenza.
Mi parve una proposta naturalissima. Mi sentivo molto egizio, con la mia vestaglia a fiori e le babucce turche!
Prima di andarsene, Hermonthis si sfilò dal collo l'immagine di pietra verde e la posò sui fogli.
— Cosi lei ha il suo fermacarte, — disse. Volammo tra acqua e cielo, finché dall'orizzonte spuntarono sfingi e obelischi.
Toccata terra, la principessa mi fece penetrare in una montagna di granito rosa, attraverso uno strettissimo pertugio, poi accese una torcia e mi condusse per interminabili gallerie, sale quadrate e scaloni a spirale finché arrivammo in una sala enorme sorretta da colonne titaniche.
La principessa mi teneva per mano e salutava con grazia le mummie dei suoi conoscenti. Infine mi presentò al Faraone suo padre.
— Ho ritrovato il mio piede! — gridava la principessina battendo le mani tutta gioiosa. — Me l'ha restituito questo signore.
E le mummie ripeterono in coro:
— La principessa Hermonthis ha ritrovato il suo piede!
— Ma che bravo giovane, — approvò il Faraone. — Cosa desideri come ricompensa?
Nel sogno ero divenuto audace: chiesi la mano della principessa. Mi pareva carino chiederne la mano, avendole restituito il piede.
Il Faraone sbarrò gli occhi di cristallo.
— Di dove sei e quanti anni hai? — chiese.
— Sono francese e ho ventisette anni.
— Ventisette anni! — esclamò il coro delle mummie. — E vuole sposare la principessa Hermonthis che ha trenta secoli!
— Se tu avessi almeno duemila anni! — rispose il Faraone. — Ma così la differenza d'età è eccessiva. E poi voi uomini moderni non sapete conservarvi bene: di voi non rimane dopo morti che un pizzico di cenere. Mentre noi! La mia carne è solida come il basalto, le mie ossa come l'acciaio. Prova, prova la forza dei miei muscoli!
E così dicendo mi strinse in una morsa davvero di acciaio.
Tanto che mi svegliai e trovai il mio amico Alfred che stava scuotendomi per farmi alzare.
— Pigrone, — mi diceva, — ti ci vogliono i fuochi d'artificio? È mezzogiorno e noi abbiamo un appuntamento !
— Già, — dissi, precipitandomi a vestirmi.
— Prendi l'invito, è sulla scrivania.
E l'invito era là, sotto una statuetta di pietra verde!
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