Ambrose Bierce - Una notte col morto

Al piano più alto di un palazzo deserto, a San Francisco, il corpo di un uomo stava immobile, coperto da un lenzuolo, disteso su un tavolo da cucina. Era sera e nella stanza buia, dalle imposte accostate, ardeva una sola candela. Del resto, dalle finestre poste sul retro dell'edificio, incassato nella collina, si sarebbe vista soltanto una parete di roccia.
Al battere delle nove, l'unica porta si apri, e l'uomo che entrò si avvicinò al corpo. La porta si richiuse alle sue spalle mossa da una mano invisibile, una chiave fu girata nella toppa e dei passi leggeri si allontanarono. Per un attimo l'uomo osservò con noncuranza il corpo, poi aprì le finestre e, trovatele munite di sbarre, le richiuse scrollando le spalle. Si accomodò su una poltrona e cominciò a leggere tranquillamente un libro al lume della candela.
Era un uomo giovane, abbronzato, dalla faccia sottile ben sbarbata e dalla fronte aperta. La mascella era decisa e gli occhi mobilissimi. Niente in lui, in una simile circostanza, tradiva la benché minima emozione. Faceva la guardia al morto con calma e intelligenza.
Dopo un po' si avvicinò al tavolo e sollevò un lembo del lenzuolo che copriva la testa dell'uomo; apparve un ciuffo di capelli neri e un viso affilato. Soddisfatto della sua ispezione, il guardiano tornò a sedersi ma, osservata la lunghezza della candela, calcolò che non sarebbe durata per più di un'ora. Perciò la spense, riservandola per quando fosse stato più buio.
Qualche sera prima tre uomini stavano seduti intorno a un tavolo, bevendo e fumando, ospiti del dottor Helberson. Anche gli altri due erano medici e non avevano più di trent'anni.
— Il timore che i vivi hanno dei morti, — diceva il dottor Helberson, — è ereditario e del tutto naturale, e in certe condizioni si manifesta sempre. Solo i medici e i soldati lo sentono un po' meno.
— E quali sarebbero queste condizioni? — chiese il giovane Harper.
— Be', se un uomo passasse una notte intera chiuso in una stanza con un cadavere, e la camera fosse buia e l'edificio vuoto, e lui non ne uscisse pazzo, non sarebbe catalogabile tra i
comuni mortali.
— Eppure conosco qualcuno che a queste condizioni reggerebbe, pur non essendo né medico né soldato. Ci starebbe senz'altro, se solo ci facessimo sopra una bella scommessa, — disse Harper.
— E chi sarebbe?
— Un certo Jarette, non di qui: viene dalla mia stessa città. Lui sarebbe pronto a
scommetterci fino all'ultimo dollaro. È uno che preferisce scommettere che mangiare. Quanto alla paura... è convinto che sia un'infezione della pelle.
— Se è così, ci sto, — disse Helberson.
— E io sapete che parte farò, in tutto questo? Il cadavere! — esclamò Mancher, il terzo medico.
Tutti risero e il folle piano fu messo in atto.
Spenta la candela, Jarette si accomodò nella poltrona, disponendosi a dormire. Ma si sentiva sveglissimo. Che poteva fare? Non certo mettersi a passeggiare al buio col rischio di andare a sbattere contro il morto!
A questo punto udì un lieve rumore che partiva dal tavolo. Jarette si mise in ascolto, mentre la vertigine lo afferrava e gli sibilavano le orecchie. Che fosse paura? Sarebbe stato umiliante. Cercò a tentoni la candela, la trovò, l'accese ed esaminò il tavolo. Nulla era cambiato. Andò alla porta, ma la trovò chiusa a chiave. Tornò alla poltrona e si pose accanto la candela spenta.
“Ma cosa mai potrebbe capitarmi? — si chiese infastidito. — Sono uno stupido”.
Jarette non era superstizioso e non credeva nell'aldilà, e allora? Avrebbe perso la scommessa e il rispetto di se stesso, solo perché i suoi antenati delle caverne credevano che di notte i morti si levassero?
Ma proprio in quel momento Jarette senti alle sue spalle dei passi, lievi ma inesorabili!
All'alba del giorno dopo il dottor Helberson e il suo amico Harper stavano attraversando in carrozza la città.
— Sei ancora convinto che io abbia perso la scommessa? — chiese il dottor Helberson. — Che il tuo amico ce l'abbia fatta?
— Ne sono assolutamente sicuro, — disse l'altro.
— Speriamo, — sospirò il dottor Helberson, di cui le luci dei lampioni illuminavano un volto serio e ansioso. — Non mi sento per niente tranquillo. Se qualcosa è andata male, ci saremo rovinati con le nostre mani.
— Ma cosa vuoi che sia successo? — replicò Harper. — Se qualcosa fosse andata storta, Mancher non aveva che da resuscitare e spiegargli la faccenda. Sarebbe stato molto più pericoloso con un morto vero.
Helberson rimase silenzioso a lungo e alla fine disse: — Speriamo almeno che, se abbia dovuto farlo, sia resuscitato con prudenza. Altrimenti può aver causato un macello.
— Eccome, — assenti Harper. — Jarette avrebbe potuto ucciderlo. Be', per fortuna sono già le quattro, — aggiunse dando un'occhiata all'orologio, — e possiamo andare a vedere.
I due amici scesero dalla carrozza e si avviarono a quella casa isolata nella quale avevano rinchiuso Jarette. Un uomo venne loro incontro correndo. — Un dottore! — gridava. — Presto, un dottore!
I due affrettarono il passo fino a raggiungere la folla sconvolta che stazionava davanti alla casa. Anche a tutte le finestre intorno si affacciava gente. La gialla luce fioca di un lampione oscillava davanti all'ingresso, e sembrava quasi più voler nascondere, che mostrare.
— Andiamocene, — sussurrò Harper, terreo. — Il gioco ci è sfuggito di mano.
— No, — rispose Helberson, — non dimenticare che siamo medici.
Nell'ingresso un lampione illuminava una gran folla che s'interrogava vociando.
All'improvviso un essere stravolto si precipitò dal pianerottolo schiacciando gli uomini contro il muro e rischiando di scaraventarli oltre la ringhiera, nell'ansia di fuggire. Chi si opponeva veniva afferrato per la gola, buttato a terra e calpestato. I suoi occhi erano sbarrati, i capelli candidi.
— Jarette, Jarette! — gridò Harper. Ma l'invasato puntò su di lui gli occhi pazzi senza mostrare di riconoscerlo, poi, raggiunta la porta, fuggi per la strada. La folla, dietro.
I due salirono a balzi. Nella stanza che conosciamo un altro gruppetto si accalcava intorno al tavolo. Un medico stava finendo di esaminare il corpo che vi giaceva, di cui si intravvedeva soltanto il volto: giallo, con gli occhi rovesciati, orribile !
— È morto da sei ore, — dichiarò il medico, e subito un poliziotto si volse agitando sul muso dei presenti una lanterna e gridando: — Via tutti! Uscite! Scomparite!
Anche Helberson e Harper furono trascinati via con la folla.
— L'ha ucciso, Jarette l'ha ucciso! — mormorò Harper quando furono soli. Helberson lo fissò in silenzio. Le strade stavano animandosi, già sussultava sull'acciottolato il carretto del lattaio.
— Abbiamo tutti e due una brutta cera, — disse infine Helberson. — Che ne diresti di un viaggetto in Europa?
— Quando?
— Al più presto: stasera alle quattro. Ci vediamo alla nave.
Erano trascorsi sette anni. Svanita la paura di venire coinvolti nel delitto, i due amici erano tornati in America e ora stavano conversando seduti su una panchina di un parco di New York. Da molto un uomo li stava osservando e a un tratto si avvicinò togliendosi il cappello e scoprendo una testa bianca come la neve.
— Vorrei da voi un consiglio, — disse con voce roca. — Quando si è ucciso un uomo senza aver fatto altro che resuscitare, la cosa migliore è scambiare con lui gli abiti e poi tagliare la corda, non vi pare?
Helberson e Harper si scambiarono un'occhiata. — Sono... completamente d'accordo con lei, — disse il primo.
Ma qui si bloccò di colpo, e balzò in piedi, pallidissimo. Tremava tutto.
— Non si sente bene, dottore? — chiese lo straniero. — Si faccia curare dal dottor Harper!
— Ma lei chi diavolo è? — chiese questi arrogantemente.
— Di solito mi faccio chiamare Jarette, — sussurrò l'uomo piegandosi verso di loro, — ma data la nostra amicizia chiamatemi pure Mancher.
— Mancher! — esclamarono i due. — È vero, sei proprio tu!
— Si, — sorrise l'uomo, — in carne e ossa.
— Raccontaci cosa ti è successo quella notte... a Jarette, cioè, — disse Helberson.
— E già, a voi non l'ho mai raccontato, — fece Mancher, ironicamente. — Eravate spariti. Dunque, quando lo sentii parlare da solo capii che era spaventato a morte, e non resistetti alla tentazione di spassarmela un po', resuscitando. Ma lui la prese così male, che morì, e io feci il pazzo al suo posto: Maledetti, lasciatemi uscire! — citò.
Il tono era così perfettamente folle, che i due ne ebbero quasi paura. Ma uno scoppio di risa di Mancher li tranquillizzò: — Non dicevate che i medici non sono impressionabili? Per me almeno è risultato vero. 

Commenti