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Visualizzazione dei post da agosto, 2026

Lester Del Rey: Il clandestino dell'astronave

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Da un'ora il grande elicottero saliva, nella notte e nell'aria che si andava rarefacendo, verso le cime delle Ande. Ora, giunto a 6000 metri d'altezza, l'elicottero si mantenne a quella quota, mentre il motore prendeva a ronfare monotono. Già il sole toccava le cime delle montagne, e la stazione interplanetare apparve a un tratto, nitidamente, a un paio di chilometri più avanti. Il ragazzo biondo e robusto, che occupava il sedile del passeggero, si mosse d'un tratto e cominciò a strofinarsi gli occhi celesti, annebbiati dal sonno. Chuck Svensen era piuttosto basso per la sua età; non aveva ancora diciotto anni, e la sua statura non giungeva a un metro e settanta; il viso era ancora imberbe. Gli riusciva sempre difficile convincere la gente della sua vera età. Ora, vedendo il campo dei razzi interplanetari, il suo viso assunse un'espressione così eccitata da farlo sembrare ancor più giovane. Ma c'era del rispetto sul volto del pilota. «Dev'essere bello to...

Perché un color book digitale non è semplicemente un disegno da riempire

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Quando si apre una pagina da colorare in digitale, la prima impressione può essere quella di avere davanti qualcosa di già deciso: il disegno è pronto, le linee sono lì e sembra che resti soltanto da scegliere un colore dopo l’altro. Poi si comincia davvero, e proprio in quel momento ci si accorge che quella pagina non era affatto così definita come sembrava. Il primo colore cambia già qualcosa, perché non basta scegliere “un blu” o “un verde”. Basta spostarsi verso una tonalità più calda, più polverosa, più accesa o più delicata perché l’immagine inizi a prendere una direzione diversa. Una pagina che sulla carta sembrava tranquilla può diventare vivace, una scena semplice può acquistare eleganza, un soggetto realistico può trasformarsi in qualcosa di più fantasioso senza che nessuno abbia toccato una sola linea del disegno. Questa è una delle cose che mi affascinano di più del colorare in digitale: il disegno non sparisce, ma smette lentamente di essere soltanto quello che aveva immag...

La freccia nera

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La freccia nera mi ha sorpresa soprattutto per una cosa: nonostante sia uno sceneggiato del 1968, non mi ha dato la sensazione di stare guardando qualcosa di lontano o da studiare con rispetto perché “fa parte della storia della televisione”. Mi sono ritrovata semplicemente dentro una storia, con la curiosità di capire chi stesse mentendo, chi fosse davvero dalla parte di Dick e quanto ancora avrebbe dovuto perdere prima di arrivare alla verità. La vicenda parte da un terreno che amo molto nelle storie d’avventura: un giovane che crede di conoscere il proprio mondo e scopre invece che quasi tutto quello che gli è stato raccontato potrebbe essere falso. Dick Shelton, interpretato da Aldo Reggiani, cresce sotto la protezione di Sir Daniel Brackley e all’inizio non ha motivo di vedere in lui qualcosa di diverso da un uomo autorevole, qualcuno di cui fidarsi. Poi arrivano le frecce nere, le accuse, i sospetti e soprattutto la possibilità che proprio Sir Daniel abbia avuto un ruolo nella mo...

Chi decide quanto deve diventare grande una casa editrice?

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  Crescere è una parola che nel mondo dell’impresa possiede quasi sempre un significato positivo. Più fatturato, più mercati, più titoli, più lettori sembrano indicare una strada inevitabile verso il successo. Nell’editoria, però, la questione diventa molto più delicata, perché una casa editrice non produce semplicemente oggetti da vendere: costruisce nel tempo una voce, un catalogo, un rapporto di fiducia con autori e lettori. Per questo la domanda più interessante non è quanto possa crescere un editore, ma fino a che punto possa farlo continuando a essere riconoscibile. Il dibattito è tornato particolarmente attuale nell’estate del 2026 grazie al rafforzamento della presenza di Feltrinelli nel mercato di lingua spagnola, tra l’apertura della libreria di Montevideo, il nuovo progetto editoriale Feltrinelli Editore e il rilancio di Gribaudo in Spagna. Una strategia che ha riportato l’attenzione su un interrogativo tutt’altro che teorico: essere più grandi significa necessariamente ...

Emilio de' Cavalieri

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(Roma, 1550 – Roma, 11 marzo 1602) è stato un compositore e organista italiano. Nacque in una nobile famiglia romana (un ramo cadetto della famiglia principesca degli Orsini), figlio di Tommaso de' Cavalieri, amico di Michelangelo e da questi amato. Visse a lungo a Firenze presso la corte di Ferdinando I de' Medici, cardinale e poi Granduca di Toscana ottenendo dal 3 settembre 1588 l'incarico di maestro di musica nella Basilica. A lungo assiduo frequentatore della Camerata de' Bardi – l'Accademia fiorentina del conte Giovanni de' Bardi – fu compositore di oratori, lamentazioni e madrigali, organista e insegnante di canto, ma anche ballerino, coreografo e amministratore. Molto probabilmente fu tra i partecipanti alla rappresentazione fiorentina del 1600 della Euridice di Jacopo Peri, ritenuta una fra le più antiche – se non la più antica in assoluto – opere in musica giunte compiutamente fino ai tempi attuali. Con la sua opera – assieme a quella di altri composit...

Perché non riusciamo più a fare una cosa sola alla volta

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  Una delle cose più curiose del nostro tempo è che la noia non deve nemmeno arrivare davvero, perché spesso la anticipiamo. Un film rallenta per qualche minuto e la mano cerca il telefono, una persona fa una pausa mentre parla e la mente comincia già a preparare la risposta, il pranzo dura più del previsto e sentiamo il bisogno di accompagnarlo con qualcosa da guardare. Non sempre manca interesse per ciò che abbiamo davanti; più spesso sembra diventata difficile quella zona intermedia in cui nulla ci sollecita abbastanza da chiederci una reazione immediata. È proprio lì che si vede quanto è cambiato il nostro rapporto con l’attenzione. Per anni abbiamo parlato soprattutto di distrazione, come se il problema fosse semplicemente quello di non riuscire a concentrarsi abbastanza, ma la questione è più sottile. Molti di noi sono perfettamente capaci di restare concentrati quando qualcosa li coinvolge davvero, mentre diventano insofferenti nei passaggi lenti, nelle attese, nelle pause e...

Francesca Cavallero: Le ombre di Morjegrad

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Se fosse una notte stellata, staresti ore a guardare la polvere siderale frantumarsi in riflessi, per poi viaggiare attraverso il tempo e lo spazio e raggiungere le tue pupille in forma d’illusione, o di ricordo. Se fosse acqua torbida, cercheresti figure nel fango. Se fosse un cielo in burrasca, racconteresti la storia di battaglie iperuraniche fra dei che trasmutano, contorcendosi nella furia dei secoli. Morjegrad somiglia a una tempesta d’ombre congelate, a una galassia crepuscolare, elegante spasimo di un’aurora contaminata. Guardala. Così cicatrizzata a nord, sull’oceano, la città è una stupenda neoplasia: megalopoli di cemento, metallo e sangue, il suo profilo risale agli occhi come una marea sbagliata, il fetore di combustione e gas riempie polmoni e cervello di un panorama acuminato, irto di grattacieli e animato da sciami di veicoli militari in rapida orbitazione. Mi sembra ancora di vederli, i fasci di luce tatuati sul cielo infetto: la cuspide nera dell’Obelisco, vertiginosa...

Il mio modo di vivere un color book

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Creare un color book, per me, significa mettere qualcosa di personale dentro ogni pagina. Non mi interessa realizzare una semplice raccolta di disegni uno dopo l’altro: voglio che, sfogliandola, si riconosca un’atmosfera, un gusto, un piccolo mondo che abbia una sua identità. Mi piace partire da soggetti semplici e trasformarli in qualcosa che sento più vicino a me. Foglie, casette, funghi, lune, soli, elementi naturali e composizioni decorative possono sembrare temi molto diversi, ma ciò che cerco è sempre quella sensazione piacevole che nasce quando guardo una pagina e mi viene voglia di fermarmi lì, scegliere i colori e farla diventare mia. Le atmosfere che amo non sono fredde né troppo costruite. Mi piacciono quelle accoglienti, allegre, un po’ sognanti, capaci di ricordare una stagione, un angolo tranquillo, una piccola fantasia o semplicemente qualcosa di bello da guardare. L’autunno, per esempio, mi offre tantissimi spunti perché permette di giocare con foglie, case, natura e co...

Don Camillo e la prima Italia

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Quando in televisione passa uno dei vecchi film di Don Camillo, viene spontaneo fermarsi a guardarlo, anche se lo si conosce quasi a memoria. Bastano la piazza del paese, il campanile, il municipio e le strade della Bassa per ritrovare un’Italia lontana, povera di mezzi ma ancora capace di dare un peso enorme alle persone. Era un’Italia uscita dalla guerra con le case da sistemare, i campi da rimettere in ordine e molte ferite ancora aperte. Il denaro scarseggiava e ogni famiglia doveva arrangiarsi come poteva. Un vestito passava da un fratello all’altro, gli oggetti si riparavano finché era possibile e nessuno buttava il cibo con leggerezza. La vita quotidiana richiedeva sacrifici che oggi facciamo persino fatica a immaginare. Nessuno dovrebbe rimpiangere la miseria, le rinunce o la mancanza di opportunità. Eppure, guardando quei film, resta l’impressione che in mezzo a tante difficoltà fosse sopravvissuto qualcosa di prezioso. Le persone litigavano, si giudicavano e prendevano posizi...

Giulio Caccini

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  Giulio Caccini, detto Romano (Tivoli, 1550 circa – Firenze, 1618), è stato un compositore, arpista e cantore italiano. In gioventù (luogo e data di nascita sono incerti) fu membro della Cappella Giulia, a Roma. Studiò canto e liuto con Scipione della Palla. Viaggiò a lungo fra Roma, Ferrara e Parigi. Trasferitosi a Firenze, fece parte della Camerata de’ Bardi, l’Accademia che sul finire del XVI secolo stava gettando le basi del moderno melodramma, che egli teorizzò ne “Le nuove musiche”.  Dieci anni dopo aver esordito come cantante (1579, in occasione delle nozze di Francesco I de’ Medici con Bianca Cappello), diede alla luce (1589) il suo primo lavoro come compositore: si trattava di un intermedio – come venivano allora chiamati i brevi inserti musicali che si intersecavano alle rappresentazioni teatrali – alla commedia “La pellegrina”), commissionata per il matrimonio di Ferdinando I de’ Medici con Cristina di Lorena. Per il teatro in musica – che proprio negli anni a cava...

Il Multitasking è un mito

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Per molto tempo ci hanno fatto credere che riuscire a fare più cose insieme fosse una qualità. Rispondere a un messaggio mentre si lavora, ascoltare qualcuno controllando le notifiche, guardare una serie con il telefono in mano e iniziare un’attività pensando già a quella successiva. Tutto questo è stato scambiato per efficienza, velocità e capacità di organizzarsi. La verità è molto meno affascinante: il multitasking, nella maggior parte dei casi, non ci rende più produttivi. Ci rende soltanto più stanchi. Il cervello non porta avanti davvero due attività che richiedono attenzione nello stesso momento. Passa rapidamente dall’una all’altra, come una persona che continua a cambiare stanza senza riuscire a fermarsi da nessuna parte. Ogni passaggio consuma energia, spezza la concentrazione e aumenta la possibilità di commettere errori. Alla fine della giornata resta la sensazione di aver fatto tantissimo, ma spesso abbiamo soltanto iniziato molte cose senza dedicarci bene a nessuna. Conos...

Arthur Clarke: Le sabbie di Marte

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«Dunque è la prima volta che andate lassù!» disse il pilota appoggiandosi pigramente allo schienale del sedile che la sospensione cardanica manteneva in posizione orizzontale. «Sì» rispose Martin Gibson, senza staccare gli occhi dal cronometro. «Me l'ero immaginato. Nei vostri libri, infatti, non avete mai raccontato le cose come sono. Il fatto di svenire durante l'accelerazione è tutta una fesseria. Perché mai scrivere certe assurdità? Pregiudicano gli interessi finanziari, non trovate?» «Scusatemi, ma credo che stiate parlando dei miei primi racconti» disse Gibson. «Allora il volo interplanetario non era ancora cominciato e io ero costretto a servirmi unicamente dell'immaginazione.» «Uhm» fece il pilota, degnandosi di dare un'occhiata all'orologio. La lancetta dei secondi aveva ancora un giro da compiere. «Se fossi in voi, non mi aggrapperei a quel modo al sedile: è soltanto un impasto di berillio e manganese, e potrebbe piegarsi.» Gibson lasciò subito la presa e ...

I color book non fanno miracoli

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Viviamo in un momento storico in cui tutto sembra dover promettere qualcosa di enorme, perché basta aprire un social, leggere una pubblicità o ascoltare qualcuno parlare di benessere per sentirsi dire che esiste sempre un metodo capace di rilassarci, cambiarci, guarirci o rimettere a posto ciò che nella nostra vita non funziona. Proprio per questo, quando si parla di color book, preferisco essere sincera e dire una cosa che forse dal punto di vista commerciale sembra poco furba, ma che per me è molto più importante: un libro da colorare non è una bacchetta magica e non può cancellare i problemi che una persona porta con sé. Può però essere uno strumento utile, concreto e molto semplice per tenere impegnato il cervello in qualcosa di diverso dai pensieri che continuano a girare in testa, perché scegliere un colore, riempire uno spazio, seguire una forma e decidere come proseguire costringe la mente a spostarsi per qualche minuto su un compito preciso. Non significa che le preoccupazioni...

Da quel libro

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Il primo color book che ho comprato era a tema giapponese. Non ricordo di aver pensato: «Ecco, questa diventerà la mia passione». Mi piaceva il soggetto e avevo voglia di provare, senza costruirci sopra grandi aspettative. Avevo tra le mani un libro da colorare, non l’inizio di un progetto, e proprio per questo mi sono avvicinata alle prime pagine senza sentire il peso di dover riuscire bene. Non disegnavo. Una pagina completamente bianca non mi suggeriva nulla e non avevo la capacità di trasformarla in una figura. Nel color book, invece, il punto di partenza esisteva già. Non dovevo chiedermi come tracciare un volto o come rendere credibile un paesaggio; potevo dedicarmi a quello che mi attirava davvero, cioè scegliere i colori e decidere come farli vivere dentro l’immagine. Quel libro dedicato al Giappone mi ha dato subito molto materiale per fantasticare. Non mi interessava riprodurre fedelmente ciò che avrei potuto vedere in una fotografia. Preferivo seguire il mio gusto e lasciare...