I color book non fanno miracoli
Viviamo in un momento storico in cui tutto sembra dover promettere qualcosa di enorme, perché basta aprire un social, leggere una pubblicità o ascoltare qualcuno parlare di benessere per sentirsi dire che esiste sempre un metodo capace di rilassarci, cambiarci, guarirci o rimettere a posto ciò che nella nostra vita non funziona. Proprio per questo, quando si parla di color book, preferisco essere sincera e dire una cosa che forse dal punto di vista commerciale sembra poco furba, ma che per me è molto più importante: un libro da colorare non è una bacchetta magica e non può cancellare i problemi che una persona porta con sé.
Può però essere uno strumento utile, concreto e molto semplice per tenere impegnato il cervello in qualcosa di diverso dai pensieri che continuano a girare in testa, perché scegliere un colore, riempire uno spazio, seguire una forma e decidere come proseguire costringe la mente a spostarsi per qualche minuto su un compito preciso. Non significa che le preoccupazioni spariscano, significa piuttosto che per un po’ smettono di occupare tutto lo spazio disponibile, e in certe giornate questa piccola pausa può avere un valore molto più grande di quanto sembri.
Anche il modo in cui ci si avvicina al colore fa una differenza enorme, perché se trasformiamo il colorare nell’ennesima attività in cui dobbiamo essere perfetti, bravi, ordinati o migliori degli altri, rischiamo di rovinarne completamente il senso. Uscire da un bordo, scegliere un colore che poi non ci convince o non sapere fare una sfumatura non dovrebbe diventare motivo di frustrazione, soprattutto quando lo scopo è semplicemente avere qualcosa di piacevole da fare con le mani e con la mente. Si può colorare bene, male, velocemente, lentamente, con tre colori o con cinquanta, e nessuna di queste modalità rende l’esperienza più o meno valida.
Non credo neppure che si debba colorare per forza quando si è nervosi, tristi o stanchi, come se fosse una medicina da assumere a orari prestabiliti, perché anche una cosa piacevole può diventare pesante se viene vissuta come un obbligo. Un color book può essere lasciato lì e ripreso quando se ne sente il desiderio, magari per dieci minuti, magari per un’ora, magari soltanto per completare un piccolo dettaglio. La cosa importante è che non diventi un’altra fonte di pressione in giornate che spesso ne contengono già abbastanza.
A questo punto qualcuno potrebbe giustamente chiedermi perché io dica tutte queste cose proprio mentre parlo di un prodotto che voglio vendere, e la mia risposta è molto semplice: le dico proprio perché voglio venderlo. Non mi interessa convincere una persona promettendole qualcosa che un libro da colorare non può garantire, perché nel mondo di oggi abbiamo già abbastanza problemi reali senza aggiungere anche illusioni costruite soltanto per far comprare qualcosa. Preferisco che chi sceglie un mio color book sappia esattamente cosa sta acquistando e possa apprezzarlo per quello che realmente può offrire.
Quello che può offrire, secondo me, è uno spazio personale in cui la mente viene occupata da forme, colori e piccoli gesti, un momento in cui non dobbiamo necessariamente risolvere nulla e possiamo limitarci a fare qualcosa che ci piace. Può essere mezz’ora senza telefono, un pomeriggio in cui proviamo una combinazione di colori nuova, una pagina che ci tiene compagnia mentre fuori tutto continua a correre oppure semplicemente un’attività che ci permette di dire, almeno per un po’, che stiamo facendo qualcosa soltanto per noi.
Non servono miracoli per dare valore a una cosa, perché anche riuscire a spostare l’attenzione, rallentare un po’ e tenere il cervello impegnato in qualcosa di concreto può essere già molto. È questo il modo in cui preferisco parlare dei color book, senza trasformarli in cure, senza attribuire loro poteri che non hanno e senza usare le fragilità delle persone per vendere, perché credo che la fiducia valga molto più di qualsiasi promessa esagerata.
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