Francesca Cavallero: Le ombre di Morjegrad
Se fosse una notte stellata, staresti ore a guardare la polvere siderale frantumarsi in riflessi, per poi viaggiare attraverso il tempo e lo spazio e raggiungere le tue pupille in forma d’illusione, o di ricordo.
Se fosse acqua torbida, cercheresti figure nel fango. Se fosse un cielo in burrasca, racconteresti la storia di battaglie iperuraniche fra dei che trasmutano, contorcendosi nella furia dei secoli.
Morjegrad somiglia a una tempesta d’ombre congelate, a una galassia crepuscolare, elegante spasimo di un’aurora contaminata.
Guardala.
Così cicatrizzata a nord, sull’oceano, la città è una stupenda neoplasia: megalopoli di cemento, metallo e sangue, il suo profilo risale agli occhi come una marea sbagliata, il fetore di combustione e gas riempie polmoni e cervello di un panorama acuminato, irto di grattacieli e animato da sciami di veicoli militari in rapida orbitazione. Mi sembra ancora di vederli, i fasci di luce tatuati sul cielo infetto: la cuspide nera dell’Obelisco, vertiginosa estrusione che sfida le leggi della fisica e svetta al centro dell’Acropoli, spia la tenebra alla ricerca di fuggiaschi o clandestini, che la disperazione ha reso ciechi di fronte a un destino troppo ovvio.
Fra le città-stato della Federazione Nord-Orientale, Morjegrad è la più affollata e la più complessa: la sua è una storia di migrazioni, speranze, indifferenza, rivolte e repressioni… è la storia di tutti noi.
(La porta della mia cella è metallo e polimeri d’odio.)
(Sento i loro passi.)
(Stanno arrivando, ma non importa: ho la mia città negli occhi, ho Morjegrad sciolta in vena, incise in argento nella carne possiedo le anime di coloro che ancora le appartengono e nel pensiero ne accarezzo il ricordo.)
L’Acropoli è il suo cuore scintillante, l’agglomerato di sogni affacciato sul mare dove aristocrazia finanziaria e politica conducono esistenze placcate d’oro, fra il lezioso minimalismo del Settore direttivo, sede dell’Amministrazione, e il visionario anacronismo dei sestieri residenziali. Sfarzosi palazzi in stile Old-Earth, ermetiche creature di pietra, acciaio e cristallo policromo, si affacciano su vie ben illuminate, dove le carrozzerie dei veicoli in controllata sospensione elettrodinamica cromano l’aria di scie preziose. Alcuni sestieri godono perfino di spazi verdi, in cui ibridi vegetali d’ispirazione autoctona crescono lussureggianti, strani organismi di morbido smeraldo. Se assaggiassi il profumo di quelle foglie carnose, potresti sentire la rugiada dell’atmosfera artificiale, resa nutriente dagli additivi in pressione: dev’essere un’esperienza mistica, per chi non ha mai lasciato la città bassa, al di là delle Mura. La barriera, presidiata full time da reparti dell’esercito in assetto antisommossa, protegge la fragile e razionale bellezza dell’Acropoli. Per anni le utopie dell’Unione rivoluzionaria si sono infrante contro i trenta metri di metallo blindato delle Mura. Nello spasmodico tentativo di destabilizzare un ordine che governa Morjegrad alla luce dei principi della Federazione, i ribelli hanno più volte cercato di trascinare l’Acropoli nel caos da cui provengono, distribuendo lutti alla cieca, sobillando rivolte. Al di là delle Mura sorgono i quartieri essenziali e grigi dei funzionari burocratici, militari e di polizia, la Mid-Town plebea e piccolo borghese, poi i Bowels, dove l’UR raccoglie reclute fra i disperati: in mezzo a nodi intricati di edifici decrepiti e collassati eletti a dormitori per gli operai, si ergono concrezioni di cemento canceroso più simili a termitai che ad abitazioni vere e proprie. Razionamenti, mutazioni genetiche, polvere velenosa, massacranti turni di lavoro in fabbrica o nei giacimenti di periferia, incursioni dei reparti speciali, spazzatura e droga sintetica… tutto ha contribuito a creare un humus fiorente di disperazione e rabbia, dove la morte è un’amica più che una minaccia. Ma si sa, ogni medaglia ha il suo rovescio, e il segreto per amare Morjegrad è apprezzarne il lato in ombra, quello che giace sottoterra, che risplende opaco fra le rocce buie, e che mani indurite estraggono in efficienti squadre di raccolta. Nel panorama insonne della periferia erosa, dal profilo opulento e scabro, i crateri disciolti e brulicanti dei giacimenti di superficie si alternano a razionali grappoli di fabbriche incrostate dal vento: qui ogni lavorazione è seguita nei dettagli, i processi sono ottimizzati, ogni grammo di materiale filtrato alla molecola.
Nelle vasche d’incubazione degli stabilimenti alimentari, ubicati in una zona altamente militarizzata per scongiurare attacchi terroristici, nascono prodotti di sintesi destinati al consumo di massa o ai mercati esclusivi. Dalla zootecnia in vitro agli alcolici riformulati, sono pochi i beni più o meno fondamentali che l’Amministrazione non è riuscita a riproporre. La differenza di assegnazione è legata al dosaggio degli additivi, alla qualità dei protidi, agli standard igienici e al raffinamento degli screening… molto tolleranti, per le merci riservate ai Bowels.
All’ombra delle poderose centrali nucleari, a ovest, s’intravedono i bacini artificiali dalla superficie oleosa, gli intricati canali in cui il percolato color seppia e indaco scivola nel silenzio, riflettendo nel fango i bagliori freddi proiettati dalle pattuglie in volo: scuri neotteri dai profili sbozzati, emergono ronzando piano dai coaguli di nebbia e vapori pesanti, suturando traiettorie sul cielo ecchimotico. Laggiù, verso l’orizzonte a brandelli, è facile scorgere le enfiate colline dove si tumulano scorie e si stoccano anime, perché nulla, a Morjegrad, è più abbondante della carne.
Per questo il Distretto detentivo di Antenora è stato spinto così lontano, verso nord, rimanendo comunque visibile dall’Obelisco. La corona delle antiche e ormai esauste miniere di lantanidi e metalli preziosi, indispensabili all’ascesa e alla vita della Federazione, è un bacino d’oblio perfetto, adatto ad accogliere ribelli, schiavi, detenuti… e centri di ricerca. Qui, in un immenso silo sepolto, ha sede anche il Panopticon, enclave dei Network di Stato, struttura detentiva hi-tech dove sono attuate condanne irreversibili: pensata per stuprare la mente dei prigionieri eccellenti dentro Sfere Ialine connesse in cloud, propone una variante molto anoressica del principio panem et circenses a beneficio e ludibrio del popolo tutto.
Vorrei che poteste cogliere l’ironia di tutto questo, visto che è proprio qui che mi trovo, eppure ho sempre rifiutato di visitare questo posto.
(Il portone blindato si apre senza produrre suono.)
(Dalla luce melmosa di neon ingabbiati emergono quattro militari senza espressione né parola: in silenzio si avvicinano, mi afferrano, stringono catene lucenti ai polsi gonfi e lividi.)
(Mi sollevano, imponendomi di camminare, e calpestando l’aria fredda del corridoio rabbrividisco nell’uniforme consunta da troppi corpi.)
So che mi stanno portando in una Sfera Ialina, e so anche che non vedono l’ora di chiudermici dentro e girare l’interruttore. Lo sento il disgusto che hanno negli occhi: desiderano soltanto tornare a casa e godersi lo spettacolo… seduti davanti all’olovisore, con una birra in mano e le ciabatte ai piedi, mi guarderanno digerendo una pizza unta e insipida, il meglio che si possono permettere nei piccoli presidi a guardia dell’empireo.
(Raggiungiamo il centro del Panopticon e loro aprono la porta della stanza numero 45. Non c’è bisogno che mi spingano, perché entro senza opporre resistenza e mi siedo sulla poltrona irta di cavi, immaginando che sia il bozzolo gravido di un ragno.)
Mi guardo intorno.
Telecamere su di me a quarantacinque gradi lungo la verticale, sotto e sopra: sono un insetto mostruoso e grottesco, contrastato di luci a pioggia in un’inquadratura scorciata.
(Qualcuno si avvicina con un rasoio.)
Il militare espone in anteprima la pallida geografia del mio cranio, che ha snudato con cura per l’imminente penetrazione lobotomica, da riprendere e godere real-time direttamente a casa vostra.
La mia sarà un’esecuzione preceduta dai movimenti accidiosi di grigi impiegati, che non hanno più nulla del fascino oscuro del boia. Operatori, tecnici, nulla di più.
Il pensiero, è strano, mi deprime profondamente: dicono che la condanna a scansione mnesica sia sevizia spietata, uno spettacolo raccapricciante, e ti aspetti che i preparativi siano all’altezza. Epici quanto basta, crudeli il giusto, nell’attesa di un drammatico crescendo.
Invece no. Una pratica silenziosa e meccanica.
(Mi bloccano i polsi ai braccioli, le caviglie a una piccola plancia in basso, la fronte a un diadema di elettrodi… l’ultima corona che indosserò mai.)
Ed ecco la donna con la maschera.
Per quanto tempo ho immaginato questo momento? Dal giorno dell’arresto, per l’intera detenzione. Ma non la vedo bene, perché ho diversi proiettori puntati in faccia: sento però il suo odore, un misto di cloroformio e disinfettante. Ha qualcosa di appuntito in mano, lo stringe come fosse una penna, o un bisturi.
Invece è soltanto un ago, il primo di un’intera rastrelliera deposta sul carrello che ha trascinato accanto a sé.
Ascolto le mie grida in aborto fra gola e timpani mentre affonda il lungo aculeo attraverso pelle, ossa ed encefalo.
Ancora, e ancora, l’orribile suono della lacerazione inizia a scottare dietro gli occhi.
Comincio a tremare.
(Dicono che le mie reazioni fisiologiche rientrano nella norma.)
[Frequenza del battito cardiaco in accelerazione]
Attraverso l’obiettivo cieco di decine di telecamere, mi rifletto sull’infinito dei vostri occhi affamati: perdo i sensi a strappi prima ancora che inizi la connessione.
Sangue cola a fili da microlesioni, i sensori neurali sono affogati nella mia testa e non so per quanto tempo riuscirete a godere di questo spettacolo, occhi insaziabili.
[Connessione – Sincronizzazione – Scansione]
Nessun problema di collegamento.
Nessun problema di rigetto.
(Solo sangue e ricordi che colano.)
(Di me non rimarrà niente.)
[Inizializzazione]
[Avvio streaming]
[WAIT PLEASE]
[INIZIO TRASMISSIONE DATI]
Distretto di ANTENORA / PANOPTICON File 3982 / Stanza 45
Connessione 04/01/2306 – 00.00.01
Codice Detenuto A-76970PXX1
Condanna a Scansione Mnesica n. 472
Puoi scegliere se vedere me o l’inferno che ho stretto fra le dita.
O entrambi nello stesso momento.
Sodomizzami la mente col tuo network, mi avrai inerme e digitale sullo schermo, a soffrire e sbavare giusto per l’ora di cena.
Ti sorriderò mordendomi la lingua a sangue prima che tu possa cambiare impostazioni e preferenze.
A quale webcam vuoi che mi offra?
A quale riflettore vuoi che mi esponga?
A quale interferenza mi vuoi crocifisso per sognare meglio, questa notte, il mio corpo olografico da odiare piangendo?
Gli incubi sono il lato migliore di Morjegrad, le sue ombre un magnifico spettacolo.
Apri gli occhi.
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