La freccia nera




La freccia nera mi ha sorpresa soprattutto per una cosa: nonostante sia uno sceneggiato del 1968, non mi ha dato la sensazione di stare guardando qualcosa di lontano o da studiare con rispetto perché “fa parte della storia della televisione”. Mi sono ritrovata semplicemente dentro una storia, con la curiosità di capire chi stesse mentendo, chi fosse davvero dalla parte di Dick e quanto ancora avrebbe dovuto perdere prima di arrivare alla verità.

La vicenda parte da un terreno che amo molto nelle storie d’avventura: un giovane che crede di conoscere il proprio mondo e scopre invece che quasi tutto quello che gli è stato raccontato potrebbe essere falso. Dick Shelton, interpretato da Aldo Reggiani, cresce sotto la protezione di Sir Daniel Brackley e all’inizio non ha motivo di vedere in lui qualcosa di diverso da un uomo autorevole, qualcuno di cui fidarsi. Poi arrivano le frecce nere, le accuse, i sospetti e soprattutto la possibilità che proprio Sir Daniel abbia avuto un ruolo nella morte di suo padre.




È lì che la storia diventa davvero interessante, perché Dick non deve solo affrontare un nemico. Deve accettare che una persona che faceva parte della sua sicurezza possa essere proprio quella da cui avrebbe dovuto guardarsi. Mi è piaciuto molto il modo in cui Aldo Reggiani porta avanti questa trasformazione senza rendere Dick improvvisamente adulto o lucidissimo. Rimane giovane, impulsivo, spesso istintivo, e proprio per questo credibile.

Non è il classico protagonista che capisce tutto prima degli altri. Si fida, sbaglia, si arrabbia, cambia idea, prova a capire. Questa sua irruenza lo rende più vicino e meno costruito, e mentre lo seguivo mi interessava più vedere come avrebbe reagito alle nuove verità che sapere semplicemente come sarebbe finita la vicenda.

Poi c’è Loretta Goggi, e devo ammettere che vedere una Loretta Goggi così giovane fa un effetto particolare. Non perché sembri irriconoscibile, anzi, nello sguardo e nella presenza si percepisce già qualcosa di molto forte, ma perché qui è completamente dentro Joan Sedley. Non c’è ancora l’immagine della showgirl, della cantante o della conduttrice che tutti conosciamo. C’è una ragazza che deve cavarsela in una situazione in cui altri decidono continuamente per lei.

Joan mi è piaciuta perché non viene trattata come un premio da conquistare alla fine dell’avventura. Ha paura, naturalmente, ma possiede anche una bella determinazione e il travestimento da ragazzo non è solo un espediente simpatico per creare equivoci. Le permette di muoversi, di proteggersi, di essere parte dell’azione e soprattutto di incontrare Dick in una condizione completamente diversa da quella di una normale storia romantica.

Il rapporto tra loro cresce quasi senza che la serie debba sottolinearlo troppo. All’inizio Dick crede di avere davanti un ragazzo, poi scopre la verità e da quel momento cambia anche il modo in cui guarda Joan. La cosa bella è che non ho percepito una storia d’amore messa lì per addolcire l’avventura. Il sentimento nasce mentre entrambi stanno cercando di capire chi può salvarli, chi li sta usando e quale futuro possono ancora scegliere per sé.

Tra loro funziona anche una certa ingenuità che oggi si vede molto meno nelle serie. Non è ingenuità nel senso di qualcosa di sciocco, ma nel modo in cui i sentimenti vengono raccontati senza cinismo. Dick e Joan non passano il tempo a ferirsi per creare tensione narrativa, non devono continuamente dimostrare di essere più furbi l’uno dell’altra e non vengono caricati di battute brillanti per sembrare moderni. Sono due giovani dentro una situazione enorme e pericolosa, e questo basta.

Arnoldo Foà, invece, porta nella serie un tipo di presenza completamente diversa. Sir Daniel Brackley non ha bisogno di fare grandi gesti per risultare inquietante. Il suo peso nasce dal fatto che sappiamo quanto sia importante per Dick e quanto sarebbe devastante scoprire che proprio lui nasconde la verità sulla morte del padre. Ogni volta che entra in scena, mi sembra che il racconto si faccia più teso, perché non sai mai fino a che punto stia controllando gli altri e quante cose abbia già previsto.

La parte che mi ha coinvolto di più è proprio questa continua incertezza. Le frecce nere non sono soltanto un elemento avventuroso, diventano quasi un avvertimento. Ogni volta che compaiono sai che qualcuno ha deciso di rompere il silenzio e che una verità sta per venire fuori. Mi piace molto questa idea perché tiene insieme il mistero e l’azione senza bisogno di inventare continui colpi di scena.

Anche il ritmo mi ha convinta. La serie non corre e non sembra avere paura di fermarsi su un dialogo o su una situazione più lunga. Questo permette di conoscere meglio i personaggi e soprattutto di sentire il peso delle decisioni. Quando qualcuno cambia schieramento, mente o rivela qualcosa, non sembra un passaggio messo lì per arrivare alla scena successiva. Ha conseguenze.

Le ambientazioni aiutano moltissimo. I boschi, i castelli, i corridoi, le strade e gli interni hanno un’atmosfera che ti fa percepire continuamente il pericolo, anche quando apparentemente non sta succedendo nulla. Non serve che qualcuno brandisca una spada in ogni scena. Basta sapere che Dick potrebbe essere seguito, che Joan potrebbe essere scoperta o che Sir Daniel potrebbe avere già capito più di quanto lascia vedere.

Mi è piaciuto anche il fatto che la guerra tra York e Lancaster resti importante senza divorare la storia personale dei protagonisti. La politica, le alleanze e il potere sono sempre presenti, ma quello che senti davvero è il percorso di Dick. La guerra è enorme, ma per lui tutto parte da una domanda molto più privata: chi ha ucciso suo padre e perché gli è stata nascosta la verità?

Forse è questo che rende *La freccia nera* ancora così piacevole da seguire. Dietro l’avventura medievale c’è una storia molto semplice e molto umana, quella di qualcuno che deve smettere di fidarsi per abitudine e cominciare a scegliere da solo. Dick non può restare il ragazzo che era all’inizio perché ogni nuova scoperta lo costringe a cambiare, e Joan, in modo diverso, deve fare la stessa cosa.

La loro storia mi ha lasciato soprattutto affetto. Non perché siano personaggi perfetti, ma perché hanno una vulnerabilità che li rende facili da seguire. Quando sono in pericolo non sembrano invincibili, quando si trovano davanti a una verità difficile non reagiscono sempre nel modo migliore e quando finalmente riescono a fidarsi l’uno dell’altra senti che quel rapporto si è costruito davvero lungo il percorso.

Capisco perché La freccia nera sia rimasta così impressa a chi la vide all’epoca. Aveva avventura, mistero, amore, tradimenti, personaggi forti e un protagonista con cui era facile schierarsi. Ma credo che il motivo per cui funziona ancora oggi sia più semplice: ti fa venire voglia di sapere cosa succede dopo.

E per una serie che ha quasi sessant’anni, non è poco

Quando finisce una puntata non resta la sensazione di aver visto qualcosa di importante perché appartiene alla storia della Rai. Resta la voglia di tornare da Dick e Joan, di capire quale nuova menzogna verrà scoperta e di vedere se quelle frecce nere riusciranno finalmente a colpire il bersaglio giusto.

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