E.T.A. Hoffmann - L'uomo della sabbia
Nataniele a Lotario.
Sarete certo tutti preoccupati perché non vi scrivo da molto tempo. Specialmente Clara sarà convinta che io abbia dimenticato quel mio angelo dagli occhi limpidi che invece mi è sempre impresso nel cuore e nella mente. Ma come potevo scrivervi, sconvolto come sono?
Una cosa spaventosa si è insinuata nella mia esistenza, ma al momento di scriverne non so come cominciare per farvi comprendere che tutto è veramente accaduto e che io non sono un pazzo visionario. Insomma, l'orrore ha cominciato a manifestarsi quando pochi giorni fa è entrato in casa mia un venditore di barometri, che io ho minacciato di scaraventare dalle scale. Ma perché tu possa capire il mio terrore dovrò chiederti di ascoltare con pazienza alcuni episodi della mia fanciullezza.
Nostro padre, io e mia sorella lo vedevamo molto poco: stavamo con lui solo dopo cena, quando ci raccontava storie meravigliose. Ma talvolta era pensieroso e, nel suo seggiolone a braccioli, fumava in silenzio. In quelle sere la mamma appariva tristissima e alle nove ci diceva: — Su, bambini, a letto, sta arrivando l'uomo d
E davvero sentivo su per le scale dei passi cupi e pesanti.
Una volta le chiesi: — Mamma, è veramente così cattivo quell'uomo che ci separa sempre da papà?
Lei sorrise tristemente: — L'uomo della sabbia non esiste, bambino mio, dico così quando vedo che per il sonno vi si chiudono gli occhi, come se vi avessero gettato dentro della sabbia.
Ma questo non mi convinse. Mi rivolsi allora alla nostra vecchia balia.
— Oh, Niele, — mi disse, — è un uomo malvagio che viene dai bambini che non vogliono andare a letto: getta loro sabbia negli occhi finché non sanguinano, poi li mette in un sacco e li porta nella luna per darli da mangiare ai suoi figlioli che lo aspettano nel loro nido, spalancando i loro becchi.
Così ora, quando udivo i passi per le scale, tremavo dal terrore.
Quando diventai più grande, compresi che il racconto della balia era un'invenzione, tuttavia la visione dell'uomo di sabbia non smetteva di tormentarmi come un incubo. I passi cupi continuavano a salire le nostre scale e a entrare nella stanza di mio padre. Quando ebbi dieci anni, la mia mamma mi trasferì dalla camera dei bambini in una stanzetta accanto allo studio, da dove sentivo ancor più chiaramente lo sconosciuto entrare da mio padre, mentre un fumo leggero di uno strano odore si diffondeva per il corridoio.
Una sera decisi che avrei scoperto il mistero e mi nascosi in un armadio dello studio senza che mio padre, che sedeva rigido nella sua poltrona, se ne accorgesse. I passi rimbombarono, la maniglia si mosse e l'uomo della sabbia entrò: non era che il vecchio avvocato Coppelius che qualche volta veniva a pranzo da noi !
Ma non per questo provai meno spavento: si trattava di un individuo mostruoso, alto e secco, con un testone enorme dagli occhi verdastri da gatto e dal naso adunco che raggiungeva quasi la bocca. Una piccola parrucca gli copriva il sommo della testa e i cernecchi giungevano fino alle grandi orecchie rosse. A noi bambini era odioso e avevamo un tale ribrezzo per le sue mani pelose, che rifiutavamo tutto quello che lui toccava. Coppelius se ne era accorto e posava apposta le dita su frutta e torte, o le labbra livide sul nostro bicchierino di vin dolce.
Quando lo vidi, rimasi dunque sconvolto.
— Su, all'opera! — disse Coppelius a mio padre con voce stridula.
Tutti e due indossarono quindi delle tuniche nere e mio padre aprì uno sportello dietro al quale, su un piccolo focolare, Coppelius accese un fuocherello azzurro. Mio padre mutò espressione di colpo: divenne ripugnante come l'altro uomo, e avidamente prese a martellare degli strani oggetti che traeva dal fumo. Facce senz'occhi facevano loro corona.
— A me gli occhi! — gridava Coppelius.
Dal terrore mandai un grido. Coppelius mi scovò nell'armadio e mi agguantò. — Che begli occhi di bambino! — ghignò, avvicinando la mia testa al fuoco.
Ma mio padre lo implorò: — Maestro, per pietà, lascia gli occhi al mio Nataniele!
— Li tenga pure, i suoi begli occhietti, ma vediamo un po' come gli funzionano le mani e i piedi! — rise orribilmente quello.
E qui prese a torcermi mani e piedi come se volesse svitarli. Per il dolore e l'angoscia svenni.
— Mamma, c'è ancora l'uomo della sabbia? — balbettai appena ripresi i sensi.
— No, tesoro, se n'è andato, e spero che non tornerà mai più, — mi consolò piangendo la mamma.
Per molto tempo, infatti, Coppelius non ricomparve.
Era passato un anno quando, una sera, risentimmo gli odiati passi.
— Mio dio, è tornato Coppelius! — gemette mia madre. — Oh, caro, — disse rivolta a mio padre, — non puoi impedirglielo?
— È l'ultima volta, te lo giuro, — rispose mio padre. — Su, porta a letto i ragazzi!
Verso mezzanotte si udì un tremendo fragore che fece rimbombare tutta la casa.
— È stato Coppelius! — gridai, svegliandomi di colpo.
In quella mi raggiunse il suono di un pianto disperato e mi precipitai nello studio, immerso in un fumo soffocante, in mezzo al quale la domestica gridava: — Il padrone, il mio povero padrone !
Accanto al corpo bruciacchiato di mio padre, mia madre giaceva svenuta!
— Coppelius, assassino, hai ucciso mio padre! — trovai solo la forza di gridare.
Ora non ti potrai più stupire, amico mio, se l'apparizione di quel venditore di barometri, del tutto simile a Coppelius, mi ha gettato in tanta angoscia. È lui, certamente, anche se si fa passare per un italiano, tale Giuseppe Coppola, e io vendicherò a ogni costo la morte di mio padre!
Non dir nulla alla mamma. Saluta la mia dolce Claretta. Scriverò ancora. Addio.
Nataniele a Lotario
Clara mi scrive di aver aperto la mia lettera rivolta a te, perché per errore io l'avevo indirizzata a lei.
Mi ha risposto in modo molto profondo e filosofico dicendomi che Coppelius e Coppola sono solo fantasmi della mia mente, nel valore nefasto che attribuisco loro. Che Coppelius era certo un individuo sgradevole, ma che io nella mia immaginazione infantile l'avevo fuso con l'uomo del sonno e con le sue azioni crudeli. Che mio padre doveva essere morto per un'imprudenza nei suoi esperimenti e che i fantasmi che tanto mi terrorizzano sparirebbero appena io li giudicassi tali. E in effetti riconosco che il venditore di barometri non è affatto il terribile Coppelius. Ne sono certo: il mio nuovo professore di fisica, Spallanzani, lo conosce e asserisce che è proprio di origine italiana. Questo mi ha tranquillizzato.
Qualche giorno fa salivo le scale della casa del professore, e non mi trattenni dal dare un'occhiata oltre alla porta a vetri del suo appartamento. Vidi una donna alta, snella, elegantissima, dal viso angelico; il suo sguardo era fisso in maniera strana, come se dormisse a occhi aperti. Mi dissero poi che si trattava della figlia di Spallanzani, Olimpia, ch'egli misteriosamente tiene sempre chiusa in casa. Forse è una povera minorata.
Ma il resto a voce: fra due settimane sarò da voi.
Non si potrebbe inventare niente di più incredibile di quel che accadde al povero studente Nataniele, autore di queste lettere. Perché si possa comprendere a fondo la sua vicenda, occorre sapere che Clara e Lotario, orfani di un lontano parente del padre di Nataniele, nel frattempo anche lui defunto, furono accolti in casa della mamma dello studente. Clara e Nataniele si fidanzarono e furono felici finché lui dovette lasciare la famiglia per continuare i suoi studi. Nataniele adorava la natura di
quella ragazza intelligente e piena di spirito, e lei gli era attaccata con tutta l'anima, così che quando si rividero, come prometteva la lettera, si gettarono uno nelle braccia dell'altra e ogni turbamento scomparve.
Tuttavia l'apparizione del venditore di barometri era entrata nella vita di Nataniele come un veleno. Se ne accorsero tutti, dal suo carattere mutato. Era come se si sentisse condannato senza scampo a un oscuro destino, al quale era inutile ribellarsi. Affermava che Coppelius era il principio del male, che avrebbe distrutto il loro amore. Di fronte a questa teoria, Clara si fece molto seria: — Sì, Nataniele, — disse, — Coppelius può possedere davvero un principio diabolico solo se tu non lo scacci dalla tua mente: finché credi in lui, gli dai forza con la tua fede.
Siccome lei si rifiutava di condividere le sue allucinazioni, Nataniele cominciò a giudicarla fredda e insensibile, finché un giorno la respinse gridando: — Va' via, automa dannato, essere senza vita! — Clara scoppiò in pianto.
Solo allora Nataniele parve risvegliarsi dal suo incubo, e capi che dipendeva da lui soltanto respingere quel potere sinistro. Passò quindi gli ultimi giorni felicemente e parti sicuro di essersi liberato dal maleficio.
Quando Nataniele tornò nella città dei suoi studi, trovò che la sua vecchia abitazione era bruciata, ma che comunque i suoi amici avevano messo in salvo i suoi averi e gli avevano trovato una nuova stanza in affitto. Non fece molto caso al fatto che fosse situata di fronte a quella del professor Spallanzani, cosi che egli poteva guardare direttamente nella stanza dove Olimpia trascorreva la sua giornata solitaria, rimanendo per ore nella stessa posizione, con gli occhi fissi su di lui. Ma Nataniele aveva Clara nel cuore, e la figura anche bellissima di Olimpia gli era indifferente.
Stava proprio scrivendo a Clara quando bussarono alla porta e l'odiosa figura di Coppola comparve. Nataniele rabbrividì, ma poi ebbe vergogna della sua paura infantile e riuscì a dire con voce calma:
— No, grazie amico, non ho bisogno di barometri!
Ma Coppola ghignò: — No, niente barometri oggi: ho dei begli occhi, occhi belli!
— Ma siete pazzo? Occhi? Che dite?
Nel frattempo Coppola estraeva dalle sue molte tasche occhiali e occhialini che posava sulla tavola: — Ecco, — diceva, — questi sono i miei occhi.
Dalla tavola, mille occhi scintillanti fissavano Nataniele.
Atterrito, egli gridò: — Basta, uscite di qui, disgraziato!
E lo stava afferrando per un braccio per scaraventarlo fuori dall'uscio, quando Coppola gli propose con voce insinuante: — Non gradite almeno un bel cannocchiale? — E subito tolse da un'altra tasca un gran numero di cannocchiali grandi e piccoli.
Appena gli occhiali-occhi furono scomparsi, Nataniele si calmò. I cannocchiali erano molto più comuni e rassicuranti, tanto che, per calmare l'atmosfera, Nataniele ne acquistò uno piccolino e per provarlo lo adoperò per guardare dalla finestra.
Chiarissimamente vedeva ora Olimpia seduta al suo tavolino, con gli occhi fissi davanti a sé, come morti. Eppure attraverso il cannocchiale egli li vide animarsi e inumidirsi come di raggi di luna. Nataniele fissava incantato quella creatura celestiale.
Ma la voce di Coppola lo riscosse: — Tre zecchini, — diceva, sorridendo beffardo. Nataniele si affrettò a pagarlo e a congedarlo.
Ormai non riusciva più a staccarsi dalla finestra: la figura di Olimpia lo attraeva con una forza irresistibile, mentre l'immagine di Clara gli era uscita dalla mente.
Un giorno ricevette un invito per un gran ballo che Spallanzani dava per presentare finalmente la figlia in società. Olimpia vi comparve con un ricco abito, bellissima, anche se un po' rigida. Suonò il pianoforte e cantò con una voce limpida come il cristallo. Da lontano pareva a Nataniele un po' meccanica, ma ogniqualvolta la fissava attraverso il cannocchiale, gli appariva animata e che gli rivolgesse sguardi pieni di passione.
Iniziarono le danze. Tremante, Nataniele osò invitarla e le strinse la mano: una mano fredda come il ghiaccio che gli diede un brivido mortale. Ballò sempre con lei, che danzava con una precisione ritmica assoluta. Nataniele era in estasi, e non s'accorgeva delle risatine e delle curiose occhiate con cui il pubblico li seguiva. Solo Spallanzani sorrideva loro con viva soddisfazione.
Quando le candele a una a una si spensero, indicando che la serata stava per aver termine, Nataniele, smarrito per il vicino addio, strinse a sé Olimpia e la baciò sulla bocca, ma la senti gelida come poco prima lo era stata la sua mano.
— Mi ami, Olimpia? — chiese disperato da tanta freddezza, ma lei sospirava soltanto.
— Se le piace conversare con la mia sciocca ragazza, — gli disse congedandolo Spallanzani,
— venga pure a farci visita quando vuole.
Con un fulgido cielo nel cuore, Nataniele se ne andò e nei giorni seguenti rimase in quello stato d'estasi, anche se l'amico Sigismondo gli faceva notare quanto Olimpia sembrasse a tutti rigida e senz'anima, con ogni gesto regolato come da una carica d'orologeria. E come a tutti mettesse paura.
Ma Nataniele la difendeva: — Siete voi, uomini freddi, che non capite la spiritualità. Olimpia parla poco, è vero, ma il suo silenzio è divino.
— Che Dio ti protegga, — disse Sigismondo con malinconia, — mi sembra che tu stia per perderti.
Tutto il mondo del passato era scomparso dalla mente di Nataniele, che ora non viveva che per Olimpia; s'intratteneva con lei sul loro amore e le loro somiglianze, discorsi che lei ascoltava compunta. Le leggeva i suoi racconti e le sue poesie, e mai aveva trovato ascoltatrice più silenziosa e più attenta. Olimpia non si distraeva né lavorando a maglia, né giocando col gattino o dando il becchime agli uccelli: rimaneva attenta, solo sospirando di tanto in tanto: — Ah, ah!
— Che mente profonda! — le diceva Nataniele. — Tu sola mi comprendi !
Della loro relazione Spallanzani sembrava assai contento, e quando un giorno lo
studente osò accennare alla sua intenzione di sposarsi, assicurò che avrebbe lasciato la figlia libera di scegliere.
Nataniele stava già acquistando l'anello, quando un giorno intese un alterco nella casa di Spallanzani. Volavano maledizioni, bestemmie e colpi terribili.
— Mollala!
— Disgraziato! — Maledetto!
— È mia!
— No, io le ho fatto gli occhi!
— Io il meccanismo!
— Bel meccanismo!
— Lasciala!
— Bestia che non sei altro!
Erano le voci alterate di Spallanzani e di Coppola, di cui Nataniele distingueva le sagome, intente a contendersi una donna, che tiravano per le spalle e per i piedi. Quella donna era Olimpia! Nataniele stava per precipitarsi in suo aiuto, quando Coppola ebbe la meglio e proprio con la persona che gli aveva strappato di mano colpi il professore, che precipitò all'indietro andando a sbattere tra le fiale e le storte che coprivano il tavolo e che si frantumarono in mille pezzi. Coppola allora impugnò la rigida figura della donna, se la gettò su una spalla e infilò le scale di corsa, mentre i piedi della figura urtavano contro i gradini con un rumore secco e legnoso.
Nataniele, sopraggiunto, era rimasto come paralizzato: aveva distinto chiaramente che il volto terreo di Olimpia era senz'occhi e che al loro posto non c'erano che due buie occhiaie vuote. Non era che una bambola senza vita!
Spallanzani intanto, ferito dai vetri e insanguinato, gli gridava: — Inseguilo, quel maledetto Coppelius mi ha rubato il mio capolavoro! Gli ho dato vent'anni di vita, la parola, i meccanismi, gli occhi... Eccoli! Sono i tuoi, rubati da Coppelius! Riprendili, ma riportami il mio automa!
E così dicendo scagliò addosso a Nataniele due occhi insanguinati.
A questo punto la follia artigliò Nataniele, offuscandogli la ragione.
— Gira, gira, bambolina! — cominciò a cantare impazzito, cercando intanto di colpire chiunque accorresse in suo aiuto. Finalmente fu legato e portato in manicomio.
Passò del tempo, durante il quale sia Coppola che Spallanzani scomparvero. Quando finalmente Nataniele si riprese, gli parve di sognare: era nella sua casa, nel suo letto, e la dolce Clara stava china su di lui.
— Finalmente sei guarito, — balbettava lei dalla gioia, — finalmente sei di nuovo mio.
Così parve, la pazzia era svanita, l'affetto della madre, della fidanzata e di Sigismondo sembravano aver prodotto il miracolo: Nataniele si comportava con grande dolcezza e apprezzava appieno tutta la profonda generosità di Clara.
La fortuna mostrava di sostenerli in ogni cosa: avevano ricevuto in eredità un podere dove tutti e quattro intendevano trasferirsi. Il giorno della partenza Clara manifestò il desiderio di vedere ancora una volta dalla terrazza più alta della torre i cari monti lontani. E lì stavano ora i due fidanzati ammirando il paesaggio amico.
Nataniele tolse macchinalmente di tasca il cannocchiale di Coppola, ma quando inquadrò Clara, la follia lo riprese più violenta che mai. Senti che gli occhi gli si incendiavano e che dalla bocca gli usciva un ringhio bestiale.
— Gira, gira, bambolina! — cominciò a gridare saltando e sghignazzando, e afferrata Clara con forza sovrumana, cercò di scaraventarla di sotto. Disperatamente, lei si aggrappò alla ringhiera, implorando fievolmente aiuto.
La udì Lotario, che si precipitò su per le scale della torre. Ma la porta del ballatoio era sprangata! Pazzo di angoscia, Lotario riuscì a scardinarla e si trovò davanti alla visione di Clara sospesa nel vuoto, che solo con una mano riusciva ancora a sorreggersi alla ringhiera, mentre Nataniele stava quasi riuscendo a disserrarle le dita. Lotario afferrò la sorella, e abbatté con un pugno il forsennato, che subito si rialzò e corse a balzi per il ballatoio gridando: — Gira, gira, cerchio di fuoco !
Clara, svenuta, era stata intanto portata in salvo dal fratello.
Una gran folla si accalcava ai piedi della torre. Tra essi, imponente, emergeva l'avvocato Coppelius. Alla gente che si proponeva di andare a prendere il pazzo, diceva ridendo: — Un po' di pazienza: quello vien giù da solo.
Sporgendosi, Nataniele vide improvvisamente Coppelius. — Che begli occhi... occhi belli! — gridò con voce irriconoscibile. Scavalcò il parapetto e andò a sfracellarsi ai piedi dell'uomo della sabbia.
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