Quando il silenzio pesa
Provate a pensarci: quanto tempo passa, durante una giornata normale, senza che qualcosa produca un suono intorno a noi? La televisione resta accesa mentre facciamo altro, il telefono ci accompagna anche nei pochi minuti di attesa, in macchina parte automaticamente la musica e mentre cuciniamo scegliamo un podcast o un video da ascoltare. Non significa necessariamente che siamo diventati incapaci di sopportare la quiete, ma è curioso notare quanto raramente la lasciamo arrivare davvero. Appena compare uno spazio vuoto, spesso sentiamo quasi il bisogno di riempirlo, come se il silenzio fosse qualcosa di incompleto e spettasse a noi sistemarlo.
Abbiamo anche perso un po’ l’abitudine ai tempi morti. Una volta aspettare significava semplicemente aspettare. Si guardavano le persone passare, si osservava una strada dal finestrino, si fantasticava oppure ci si annoiava senza farne un dramma. Oggi pochi minuti possono contenere messaggi, notizie, video, fotografie e conversazioni. Perfino una fila alla cassa sembra offrire un tempo abbastanza lungo per controllare qualcosa sullo schermo. Non è necessariamente un male, perché la tecnologia ci offre possibilità che sarebbe assurdo demonizzare, ma questa disponibilità continua di stimoli può renderci meno familiari proprio quei momenti in cui non succede niente.
Forse è anche per questo che il silenzio riesce a sembrare così intenso. Non ci chiede di fare qualcosa, non ci suggerisce quale contenuto guardare dopo e non ci offre una distrazione pronta quando un pensiero diventa scomodo. Ci lascia semplicemente lì, con la mente che continua a muoversi per conto proprio. Ed è facile accorgersi che non sempre sappiamo cosa farcene di quella libertà. Vorremmo rilassarci e invece iniziamo a pensare al lavoro, vorremmo riposare e ricordiamo una conversazione di tre giorni prima, oppure scopriamo una certa irrequietezza senza riuscire a capire da dove venga.
La mindfulness entra in questo discorso in maniera molto meno complicata di quanto possa sembrare. Non significa obbligarsi a meditare nel silenzio assoluto né trasformare ogni pausa in un esercizio spirituale. Può voler dire semplicemente accorgersi dell’impulso che ci porta ad accendere qualcosa e aspettare un momento prima di seguirlo. Bere un caffè senza prendere subito il telefono, restare qualche minuto in macchina prima di far partire la musica, preparare la cena senza avere una voce in sottofondo possono diventare piccoli esperimenti di attenzione. Non per dimostrare qualcosa, ma per vedere che effetto fa.
In quei minuti potrebbe non succedere nulla di speciale, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti. Potremmo annoiarci, pensare a cose inutili, ricordarci improvvisamente di comprare il dentifricio oppure accorgerci che siamo più stanchi di quanto credevamo. La presenza non consiste nell’avere pensieri profondi o nel raggiungere una calma perfetta, ma nel riconoscere ciò che sta accadendo senza correre immediatamente a coprirlo con qualcos’altro.
Musica, podcast, film e conversazioni continueranno naturalmente a far parte delle nostre giornate, e sarebbe triste pensare al silenzio come al loro contrario virtuoso. La differenza sta forse nella libertà di scegliere. Accendere una canzone perché abbiamo voglia di ascoltarla è diverso dal farlo perché pochi minuti senza rumore sembrano insopportabili. Recuperare un rapporto più sereno con il silenzio non significa vivere in una casa muta, ma smettere di considerare ogni spazio vuoto come qualcosa che deve essere riempito.
Forse il silenzio ci mette a disagio perché non ci offre una via di fuga immediata. Lascia affiorare quello che trova e non si preoccupa di renderlo interessante. Proprio per questo, ogni tanto, può valere la pena lasciargli qualche minuto. Non necessariamente per trovare risposte o conoscere meglio noi stessi in modo spettacolare, ma semplicemente per ricordarci che possiamo stare anche lì, in uno spazio in cui per un momento nessuno parla, nessuna notifica reclama attenzione e non dobbiamo fare altro che esserci.

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