Il tuo ritmo
di Elisa Rubini
A forza di sentirci dire che dovremmo svegliarci presto, allenarci, meditare, leggere, bere acqua, scrivere sul diario e iniziare la giornata quando fuori è ancora buio, rischiamo davvero di convincerci che esista un modo giusto di vivere e che tutti gli altri siano soltanto versioni meno disciplinate dello stesso modello. Il problema non è alzarsi alle cinque del mattino, perché qualcuno può amare sinceramente quell’ora e sentirsi benissimo così, ma credere che un’abitudine funzionante per una persona debba diventare automaticamente una regola buona per tutti.
Più passano gli anni, più questa idea comincia a stare stretta, perché nel frattempo cambiamo noi, cambia il corpo, cambia il modo in cui dormiamo, cambiano le energie e perfino il rapporto che abbiamo con il tempo. Quello che a vent’anni facevamo senza pensarci può richiederci uno sforzo diverso, mentre altre cose diventano più facili proprio perché abbiamo imparato a conoscerci meglio, a perdere meno tempo dietro ciò che non ci interessa e a capire prima quando qualcosa non fa per noi.
Non significa diventare vecchi dentro, accontentarsi o smettere di provare cose nuove, perché questa sarebbe soltanto un’altra idea rigida da sostituire alla precedente. Significa accorgersi che non siamo macchine costruite per funzionare sempre nello stesso modo e che pretendere di mantenere per tutta la vita lo stesso ritmo può essere molto meno sensato che imparare a modificarlo quando serve.
Il confronto con le routine degli altri complica tutto, soprattutto perché sui social vediamo quasi sempre il risultato finale e molto raramente il resto. Vediamo la persona che corre all’alba, ma non sappiamo quante ore dorma, che lavoro faccia, quali responsabilità abbia, come stia fisicamente, quanto sia aiutata nella vita quotidiana o semplicemente se quella routine che mostra ogni mattina le piaccia davvero oppure sia diventata parte del suo lavoro. Noi, invece, confrontiamo quei pochi minuti perfetti con ventiquattro ore della nostra vita vera e naturalmente perdiamo sempre.
Forse sarebbe più utile guardare una giornata normale senza cercare subito di correggerla. Notare quando abbiamo più energia, in quale momento la testa comincia a girare bene, quando invece perdiamo concentrazione e quali attività ci lasciano soddisfatti davvero, non soltanto con la sensazione di avere spuntato una casella. In questo c’è molta più mindfulness di quanto sembri, perché essere presenti non significa stare immobili con gli occhi chiusi pensando al respiro, ma anche accorgersi di come stiamo vivendo mentre la giornata accade.
Può darsi che qualcuno scopra di lavorare meglio prestissimo e che un altro renda molto di più alle undici, mentre una terza persona abbia bisogno di una pausa vera nel pomeriggio per ritrovare lucidità. Nessuno dei tre sta facendo la vita nel modo sbagliato, perché il valore di una routine non dipende da quanto assomiglia a quella di qualcun altro, ma da quanto riesce a sostenere la persona che la vive senza trasformarla in una continua prova di resistenza.
Anche l’età merita di essere guardata con un po’ più di onestà e un po’ meno di paura, perché spesso facciamo finta che non debba cambiare nulla per non sentirci limitati, oppure utilizziamo ogni cambiamento come prova che ormai certe cose non facciano più per noi. Tra questi due estremi esiste una possibilità molto più umana: continuare a desiderare, creare, imparare e fare progetti, adattando però il modo in cui li portiamo avanti alla persona che siamo diventati.
Magari oggi abbiamo bisogno di dormire un’ora in più rispetto a qualche anno fa, ma sappiamo anche dire molti più no inutili. Forse recuperiamo più lentamente dopo una giornata pesante, ma abbiamo imparato a riconoscere prima ciò che ci entusiasma davvero. Possiamo avere meno voglia di correre dietro a tutto e molta più voglia di scegliere bene a cosa dedicare il tempo, e questa non è necessariamente una perdita, perché in certi momenti della vita sapere dove mettere le proprie energie vale più che averne da disperdere ovunque.
La mindfulness può aiutarci proprio a smettere di vivere con l’impressione di essere continuamente in ritardo rispetto a qualcuno. Non ci chiede di rinunciare alla disciplina, né di fare soltanto quello che ci va, ma di capire quando una regola ci sta aiutando e quando invece la stiamo seguendo soltanto perché abbiamo paura di sentirci pigri, poco produttivi o meno bravi degli altri.
Forse la routine migliore non sarà mai quella più bella da raccontare, perché potrebbe avere orari strani, pause che nessuno consiglierebbe e abitudini che su Instagram non diventerebbero mai virali. Se però ci permette di lavorare, riposare, coltivare qualcosa che amiamo e arrivare alla sera senza avere la sensazione di aver passato l’intera giornata a rincorrere noi stessi, allora forse è già molto più vicina alla vita che ci serve davvero.

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