Quanto tempo della nostra giornata passiamo aspettando che inizi qualcos’altro?
Una parte sorprendentemente grande della nostra vita non viene vissuta nel momento in cui accade, ma proiettata verso quello successivo. Durante il lavoro pensiamo alla sera, il lunedì aspettiamo il weekend, nei mesi più intensi contiamo i giorni che mancano alle ferie. Se abbiamo inviato un messaggio importante, una parte dell’attenzione rimane appesa alla risposta. Prima di un appuntamento sentiamo che la giornata debba ancora cominciare davvero. Quando attraversiamo un periodo complicato, immaginiamo che torneremo a respirare soltanto quando quella fase sarà finita.
Il problema non è desiderare qualcosa che deve ancora arrivare. L’attesa fa parte della vita e può essere perfino piacevole. Pensare a un viaggio, attendere una persona cara o immaginare un progetto futuro può dare energia al presente. La difficoltà nasce quando ciò che stiamo vivendo viene trattato soltanto come un corridoio da attraversare per raggiungere qualcos’altro.
Una mattina di martedì può diventare semplicemente il tratto che separa dal venerdì. Il mese di novembre può ridursi al periodo che manca a Natale. Le ore trascorse lavorando possono essere considerate tempo da eliminare prima della cena, della serie televisiva o del momento finalmente libero. Senza rendercene conto, iniziamo a dividere la vita tra momenti che riteniamo degni di essere vissuti e momenti che hanno soltanto il compito di portarci fin lì.
Questa abitudine mentale non riguarda soltanto gli impegni sgradevoli. Può comparire anche durante esperienze piacevoli. Seduti al ristorante possiamo già pensare a cosa faremo dopo. Durante una vacanza possiamo controllare quanti giorni restano prima del ritorno. Mentre qualcuno ci racconta qualcosa, la mente può preparare la risposta invece di restare davvero nella conversazione. Il presente continua a esserci, naturalmente, ma noi vi partecipiamo solo in parte.
La mindfulness parte proprio da una constatazione molto semplice: la mente umana tende continuamente a spostarsi. Ripensa a ciò che è accaduto, anticipa ciò che potrebbe succedere, costruisce scenari, prepara risposte, immagina problemi oppure cerca qualcosa da aspettare. Praticare mindfulness non significa obbligarsi a pensare soltanto al presente né trasformarsi in persone perennemente calme. Significa accorgersi più spesso di dove siamo mentalmente mentre la nostra vita sta accadendo.
È una differenza meno spettacolare di quanto molti racconti sulla mindfulness lascino immaginare, ma molto concreta. Possiamo scoprire, per esempio, che mentre prepariamo il pranzo stiamo già vivendo mentalmente la telefonata del pomeriggio. Possiamo renderci conto che durante una passeggiata stiamo pensando soltanto a quando arriveremo a casa. Possiamo notare che un’intera settimana è diventata una specie di sala d’attesa per il sabato.
Accorgersene non richiede una meditazione complicata. Basta interrompere per qualche secondo l’automatismo e chiedersi: “Sto vivendo quello che sto facendo oppure lo sto soltanto attraversando?”. La risposta non deve essere corretta, positiva o rassicurante. Serve soltanto a riportare attenzione su un pezzo di giornata che rischiava di diventare invisibile.
Questo non significa che ogni momento debba essere interessante. Molte parti della vita sono ripetitive, faticose o semplicemente neutre. Nessuno deve convincersi che aspettare in fila, sistemare documenti o affrontare una giornata pesante siano esperienze meravigliose. Essere presenti non vuol dire rendere speciale ciò che non lo è. Vuol dire evitare che intere ore vengano mentalmente cancellate soltanto perché non coincidono con ciò che desideriamo.
Una delle conseguenze più sottili del vivere continuamente nel “dopo” è che anche il momento tanto aspettato può perdere rapidamente importanza. Arriva il weekend e iniziamo a pensare a cosa fare la settimana successiva. Arrivano le ferie e già immaginiamo il ritorno. Riceviamo la risposta che aspettavamo e subito compare un’altra attesa. La mente è molto abile nel trasformare il traguardo appena raggiunto nel punto di partenza di un nuovo conto alla rovescia.
Forse vale allora la pena modificare leggermente la domanda con cui attraversiamo le nostre giornate. Non soltanto “Quanto manca?”, ma anche “Che cosa sta succedendo mentre aspetto?”. Potrebbe esserci una conversazione interessante, un caffè bevuto con calma, una canzone ascoltata bene, una finestra aperta dopo ore di lavoro, qualche minuto in cui il corpo finalmente si rilassa. Potrebbero esserci anche noia, nervosismo o stanchezza. Tutto questo fa comunque parte della giornata reale.
Il futuro continuerà ad arrivare, indipendentemente da quanto lo anticipiamo mentalmente. Il weekend arriverà, le ferie inizieranno, qualcuno risponderà oppure non risponderà, il lavoro finirà e la sera diventerà notte. Nel frattempo, però, esiste una quantità enorme di vita che non ha bisogno di cominciare più tardi.

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