John Wyndham: L'orrenda invasione

a cura di Roberto Roganti

Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall'inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va. Ebbi questa impressione fin dal primo momento, svegliandomi.
Tuttavia, quando incominciai a connettere con più lucidità, rimasi in forse. Dopo tutto, sebbene avessi la sensazione nettissima d'essermi svegliato più tardi del solito, poteva anche essere vero il contrario.
Continuai ad aspettare, dubbioso, ma subito ebbi una prima prova obiettiva: un orologio lontano batté, così mi parve, otto colpi. Ascoltai con le orecchie tese, pieno di sospetto. Ed ecco che un altro orologio cominciò a farsi sentire in un tono alto, risoluto. E, senza fretta, batté incontestabilmente le otto. Allora capii che le cose non andavano.
Se non fui travolto subito anch'io dalla fine del mondo, la fine del mondo quale l'avevamo intesa fin lì, fu per caso: come per un destino di sopravvivenza, a pensarci bene. È nel corso naturale delle cose che un buon numero di individui si trovi sempre all'ospedale, e per la legge dell'equa distribuzione mi trovavo a far parte di questo numero da circa una settimana. Con la stessa facilità avrebbe potuto trattarsi della settimana precedente, nel qual caso ora non starei scrivendo; anzi, non sarei qui affatto. Ma il destino volle non solo che mi trovassi all'ospedale in quel momento determinato, ma che avessi gli occhi e, per essere precisi, tutta la testa, bendati; ed ecco perché devo essere grato a quel qualcuno, chiunque sia, che regola l'equa distribuzione dei mali. Allora, a dire il vero, ero soltanto stizzito, e mi chiedevo che cosa diavolo stesse accadendo: perché ero stato in quel luogo abbastanza da sapere che in un ospedale la cosa più sacra, beninteso dopo la capo-infermiera, è l'orologio.
Senza orologio quel luogo non poteva funzionare; e, fino allora, l'orologio aveva sempre decretato che ogni mattina, esattamente tre minuti prima delle sette, qualcuno venisse nella mia stanza per lavarmi e mettermi in ordine, in attesa della colazione. Ma quel giorno orologi di varia attendibilità continuavano a battere le otto in tutte le direzioni, senza che nessuno si fosse fatto vedere.
Probabilmente la cosa mi avrebbe seccato qualsiasi altra mattina, ma quel mercoledì, 8 maggio, era un giorno di eccezionale importanza per me. Attendevo con particolare impazienza che tutto il piccolo traffico mattutino fosse terminato, perché quello era il giorno in cui dovevano togliermi le bende.
Brancolai un poco per afferrare il campanello, e suonai vigorosamente per cinque secondi buoni, tanto perché si sapesse che cosa ne pensavo di tutti loro.
Mentre attendevo la brusca risposta che quel fracasso avrebbe dovuto provocare, continuavo a tendere l'orecchio.
Mi accorsi allora che fuori c'era nell'aria qualcosa di ancor più strano di quanto avessi immaginato. I rumori che si udivano e quelli che non si udivano, suscitavano il senso della domenica più di una domenica vera e propria; e io avevo raggiunto la certezza assoluta che era mercoledì, qualunque cosa stesse succedendo.
Per quale ragione i fondatori del St. Merryn's Hospital avessero fatto erigere il loro pio istituto all'incrocio di due grandi strade, al centro di un attivo quartiere di uffici, esponendo così i nervi dei pazienti a un continuo logorio, non sono mai riuscito veramente a capirlo. Ma per i fortunati i cui malanni non fossero tali da renderli particolarmente sensibili al frastuono del traffico, quell'ubicazione offriva il vantaggio di starsene a letto senza essere, per così dire, tagliati fuori dal grande flusso della vita. Di solito, gli autobus diretti al West End passavano rombando, nel tentativo di superare il semaforo al giallo; ma spesso uno stridore di freni e una salva di colpi dello scappamento annunciavano che non c'erano riusciti. Poi si udiva il rombo dei veicoli che si rimettevano in moto. E ogni tanto c'era come un interludio: un fragore improvviso e poi un arresto generale; una vera tortura per uno che si trovasse nelle mie condizioni, costretto a giudicare l'entità degli incìdenti dal tipo delle bestemmie che provocavano.
Ma quella mattina tutto era diverso dal solito. Diverso in modo sconcertante perché tanto misterioso. Non c'era fragore di ruote, o rombo di autobus; in realtà, non si riusciva a udire il rumore di un solo veicolo. Né freni, né clacson, neppure il trotto dei rari cavalli che talvolta ancora passavano di là. Né il confuso trepestio di gente diretta al lavoro.
Ascoltai attentamente per un tempo che calcolai di dieci minuti: non udii che alcuni passi strascicati, esitanti, voci lontane urlanti qualcosa d'incomprensibile, e, una volta, i singhiozzi isterici di una donna. Non si udiva il tubare di un piccione, né il cinguettio di un passero. Nulla, tranne il fremito dei fili della rete elettrica nel vento... Un ripugnante senso di vuoto cominciò a insinuarsi in me. Era lo stesso sentimento provato qualche volta da bambino, quando mi pareva che degli orribili mostri stessero in agguato negli angoli più in ombra della mia cameretta. Cercai di combattere contro quella sensazione, proprio come facevo da piccolo. E non era facile.
Quando riuscii a ricomponili un poco, tentai di ragionare. Perché il traffico subisce un arresto? Di solito perché in quel punto il transito è interrotto per riparazioni. Semplicissimo. Ora per tutta la giornata si sarebbero fatte sentire le perforatrici pneumatiche; una novità, per le povere orecchie dei pazienti. Ma il fatto era che, continuando a ragionare, si andava oltre. Si constatava che non era possibile udire neppure il più lontano ronzio di veicoli, non il fischio di un treno, non l'urlo di un rimorchiatore. Nulla assolutamente, finché gli orologi cominciarono a battere in coro le otto e un quarto.
La tentazione di dare una sbirciatina, non più di una sbirciatina naturalmente, tanto da avere un'idea di che diavolo stesse accadendo, era immensa. Ma la repressi. Anzitutto, una sbirciatina era una faccenda assai meno semplice di quanto potesse sembrare. Non si trattava di sollevare una benda sola dai miei occhi coperti: c'era una quantità di bende e di ovatta. Ma, soprattutto, c'era il fatto che avevo paura di fare il tentativo. Una settimana e più di completa cecità è sufficiente a suscitare in voi una certa prudenza, per quanto riguarda i vostri occhi. Era vero che avrebbero dovuto togliermi le bende proprio quel giorno, ma per questo era necessario creare nella stanza una luce speciale, attenuata, e solo nel caso che la visita ai miei occhi fosse risultata pienamente soddisfacente, non me le avrebbero più rimesse. Non sapevo come sarebbe andata...
Lanciai un'imprecazione e afferrai di nuovo il campanello. Ma nessuno dava retta ai campanelli, evidentemente. La mia pazienza stava per venire meno. Decisi tra me che bisognava far qualcosa.
Se mi fossi messo a urlare affacciandomi al corridoio, o in qualche altro modo avessi fatto baccano, qualcuno sarebbe pur comparso, non foss'altro per dirmi che cosa si pensava di me. Buttai indietro le lenzuola e saltai fuori dal letto. Non avevo mai visto la camera in cui mi trovavo; e benché mi fossi fatto attraverso l'udito un'idea abbastanza esatta della posizione della porta, non era tuttavia molto facile trovarla. Pareva ci fossero molti ostacoli assurdi e sconcertanti da superare per raggiungerla, ma vi riuscii a prezzo di una contusione all'alluce e di un colpo meno forte allo stinco.
Sporsi la testa.
«Ehi!» gridai. «Voglio la colazione. Camera quarantotto!»
Per un momento non accadde nulla. Poi distinsi voci che urlavano tutte insieme. Parevano un centinaio, e non si riusciva ad afferrare chiaramente una sola parola. Era come se avessi messo un disco che riproducesse il rumoreggiare di una folla, e di una folla mal disposta a lasciarsi intervistare. Mi prese improvvisamente il pazzesco dubbio che, durante il sonno, qualcuno mi avesse trasportato in un manicomio, e che quello non fosse affatto il St. Merryn's Hospital. Quelle voci non erano affatto normali. Chiusi la porta in gran fretta e ritornai brancolando al mio letto, che mi sembrava in quel momento la sola cosa sicura e confortante nel mondo incomprensibile che mi circondava. Come a sottolineare quest'impressione udii un suono che mi arrestò nell'atto stesso di tirar su le lenzuola. Dalla strada sottostante salì un grido, selvaggio e pieno di un terrore contagioso. Echeggiò tre volte, e, quando svanì, parve che l'aria ne fosse ancora trafitta.
Rabbrividii. Sentii il sudore imperlarmi la fronte sotto le bende. Ebbi allora la certezza che qualcosa di spaventoso stava accadendo. Non potevo sopportare più a lungo il mio isolamento, il mio stato d'impotenza. Dovevo sapere che cosa stava accadendo intorno a me. Alzai le mani alle bende; poi, con le dita già sulle spille di sicurezza, mi arrestai... Mi mancava il coraggio di essere solo a scoprire che non mi avevano salvato la vista. E quando anche la mia vista fosse salva, non sarebbe stato pericoloso tener gli occhi scoperti?
Abbassai le mani e mi appoggiai al cuscino. Ero furibondo contro me stesso, contro quel luogo, e imprecai debolmente, stupidamente.
Dovette passare qualche tempo prima che riuscissi a considerare di nuovo la cosa dal lato giusto, ma, dopo poco, mi ritrovai ad arrovellarmi in cerca di una possibile spiegazione. Non ne trovai alcuna; ma mi convinsi una volta per sempre che quel giorno era proprio mercoledì, perché il giorno precedente era stato un giorno notevole, e sapevo che non era passata da allora più di una notte.
Negli annali troverete che martedì, 7 maggio, l'orbita della Terra passò attraverso una nube formata da frammenti di cometa. Lo potete anche credere, se vi piace; milioni di individui vi credettero. Forse fu veramente così. Io non posso dare testimonianze a favore o a sfavore. Non ero in grado di vedere quanto accadde; ma certo ho le mie idee in proposito. Tutto quel che effettivamente so di quell'evento è che io dovetti passare la serata in letto ad ascoltare il resoconto di quello che, a detta di quanti ci vedevano, era il più grandioso spettacolo celeste cui si fosse mai assistito.
Eppure, finché la cosa non ebbe effettivamente inizio, nessuno aveva mai sentito parlare di quella cosiddetta cometa o dei suoi frammenti...
Perché si mettessero a far trasmissioni radiofoniche sull'avvenimento, considerato che chiunque fosse in grado di camminare, di trascinarsi in qualche modo o di farsi trasportare, era per la strada o a una finestra a godersi il più grande e vario spettacolo di fuochi d'artificio mai visto, non lo so. Comunque, la trasmissione ci fu e contribuì a farmi capire in misura anche più profonda e dolorosa che cosa significhi essere privati della vista.
Nel notiziario di quel giorno si riferì che nel cielo della California, la notte precedente, erano apparsi dei misteriosi lampi d'un verde vivido. Tante cose accadono però in California, che logicamente nessuno se ne diede pensiero; ma come furono trasmessi gli ulteriori notiziari, l'idea dei frammenti di cometa cominciò a esser ventilata e si affermò.
Da tutti i paesi sul Pacifico giunsero descrizioni di una notte illuminata da verdi meteore che, così si diceva, "piovono talvolta in nembi così fitti, che il cielo sembra ruotare intorno a noi". Come il cerchio della notte mosse verso occidente, il fulgore di quelle luci non si venne per nulla attenuando. Qua e là qualche lampo verde attraversò il cielo prima ancora che fosse caduta l'oscurità. L'annunciatore, dando un resoconto del fenomeno col notiziario delle sei, avvertì che si trattava di una scena eccezionale che nessuno avrebbe dovuto perdere. Disse pure che pareva interferisse con la ricezione delle onde corte a grande distanza, ma che le onde medie da cui sarebbe stato trasmesso un servizio speciale non erano affatto disturbate, come al momento non lo era la televisione.
Avrebbe potuto risparmiarsi la pena di dare quell'avvertimento. Per quel che riguarda l'ospedale, tutti caddero in preda alla più grande eccitazione e mi parve che non esistesse la benché minima possibilità che qualcuno perdesse lo spettacolo, eccetto me.
E, come se i commenti della radio non bastassero, l'infermiera che mi portò la cena volle raccontarmi tutto.
«Il cielo è semplicemente pieno zeppo di stelle cadenti» disse. «Tutte verde vivo. Fanno sembrare le facce della gente spaventosamente pallide. Tutti sono fuori a guardarle, e in certi momenti c'è chiaro come in pieno giorno; tutto ha però uno strano colore. Ogni tanto ce n'è una grande, così luminosa che a guardarla fa male agli occhi. È uno spettacolo meraviglioso. Dicono che non si sia mai visto nulla di simile. È proprio un peccato che voi non possiate vedere, no?»
«Certo» risposi in tono un po' seccato.
«Nelle corsie abbiamo scostato le tende, così che tutti possano vedere» continuò. «Se solo non aveste queste bende, da qui potreste godervi una vista magnifica.»
«Oh» feci.
«Ma fuori dev'essere ancora meglio. Dicono che centinaia di migliaia di persone siano fuori nei parchi o lungo il Tamigi a godersi lo spettacolo. E su tutti i tetti a terrazza si vede gente ritta a guardare.»
«Quanto si pensa che durerà?» chiesi pazientemente.
«Non so, ma dicono che ci sia meno luce, ora, di quanta ce ne fosse prima in altri luoghi. Eppure, anche se vi avessero tolto le bende oggi, non credo che vi avrebbero permesso di guardare. Dovete essere molto cauto, in principio. Qualche lampo è così luminoso... È... Ooooooh!»
«Cosa succede?» chiesi
«Ce n'è stato uno così vivido da far sembrar verde tutta la stanza. Peccato che non abbiate potuto vederlo.»
«Davvero» dissi. «E ora andate, da brava.»
Provai ad ascoltare la radio, ma emetteva gli stessi "oooh" e "aaah", prodotti da voci melate, che andavano cianciando di questo "magnifico spettacolo" e "fenomeno unico". finché cominciai ad avere l'impressione che si stesse svolgendo una gran festa a cui fosse invitata tutta la gente del mondo, tranne me. Non potevo scegliermi un altro genere di passatempo perché la radio dell'ospedale non prendeva che un solo programma: o sentir quello, o rinunciare. Dopo poco compresi che lo spettacolo stava per finire. L'annunciatore consigliò chiunque non l'avesse ancora visto di affrettarsi, se non voleva rimpiangere di averlo perduto, per tutto il resto della sua vita. Alla fine mi seccai e spensi la radio. L'ultima cosa che udii fu che la grande luminaria andava diminuendo rapidamente e che, probabilmente, in poche ore ci saremmo trovati fuori dell'area dei frammenti di cometa.
Non potevo avere alcun dubbio che tutto questo si fosse svolto la sera precedente: per non dire altro, se fosse avvenuto molto tempo prima, avrei avuto anche più fame. Ma di che cosa si trattava allora? Che tutto l'ospedale, che tutta la città avessero passato una nottata tale da non essersi ancora riavuti?
A questo punto fui interrotto dal coro degli orologi vicini e lontani, che annunciavano le nove.
Per la terza volta suonai il campanello all'impazzata. Mentre me ne stavo immobile ad aspettare, potevo udire una specie di lamentoso mormorio oltre la porta. Pareva fatto di gemiti, di scivolii, di scalpiccii, punteggiato a intervalli da una voce che si levava a distanza.
Ma nessuno veniva da me. Decisi di togliermi le bende.
Una cosa va detta a mio merito. Non ero così fuori di me da strapparmele via rabbiosamente. Ebbi abbastanza buon senso da uscire dal letto e abbassare le imposte, prima di portare le mani alle spille di sicurezza. Una volta che mi fui sbendato ed ebbi scoperto che riuscivo a vedere nella penombra, provai un senso di sollievo mai provato prima. Ciononostante, la prima cosa che feci dopo essermi assicurato che nessun essere maligno era in agguato sotto il letto o in qualche angolo, fu di barricare la porta appoggiando la spalliera di una sedia alla maniglia. Fatto questo, cominciai a sentirmi più padrone di me. Per un'ora intera mi andai gradualmente abituando alla piena luce del giorno. Alla fine compresi che, grazie alla rapidità con cui ero stato soccorso dopo il mio "incidente", e alle cure ricevute in quel benedetto ospedale, i miei occhi erano tornati in ottimo stato.
Ma ancora nessuno si faceva vivo.
Sul ripiano più basso del comodino vidi un paio di occhiali scuri, premurosamente preparati per quando ne avessi avuto bisogno. Me li misi con circospezione, prima di avvicinarmi decisamente alla finestra. Era fatta in modo che la parte inferiore non si poteva aprire, così che la visuale era limitata. Dando occhiate in su e in giù riuscii a scorgere una o due persone che apparentemente vagavano qua e là, risalendo la via con un'andatura strana, come senza meta. Ma quel che mi colpì di più e d'improvviso fu la nitidezza, la precisione di contorni di ogni cosa, anche dei tetti che si perdevano nella lontananza oltre quelli delle case di fronte. E allora notai che nessun camino, piccolo o grande, fumava...
Trovai i miei abiti ordinatamente appesi in un armadio. Una volta che li ebbi indossati, cominciai a sentirmi più normale. C'erano ancora delle sigarette nel portasigarette. Ne accesi una ed entrai nell'ordine di idee che, benché tutto fosse innegabilmente strano, non era ragionevole che mi fossi fatto prendere dal panico.
Non è facile riportarsi col pensiero al modo di vedere di quei giorni. Ora dobbiamo appoggiarci di più su noi stessi. Ma allora dominava il senso della "routine", e le cose erano strettamente connesse le une alle altre. Ognuno di noi recitava così regolarmente la sua piccola parte al posto giusto, che era facile scambiare l'abitudine e il costume per la legge naturale, tanto più quando la "routine" veniva in qualche modo sconvolta.
Quando si è andati avanti per quasi metà della vita secondo una certa concezione dell'ordine, orientarsi in un mondo nuovo non è affare di cinque minuti. Ripensando a come era organizzato il mondo allora, la quantità di cose che non conoscevamo e non ci curavamo di conoscere era non solo sorprendente, ma in certo modo scandalosa. Io non sapevo praticamente nulla, ad esempio di cose tanto comuni: come il cibo giungeva fino a me, da dove veniva l'acqua potabile, in che modo si tessevano e si confezionavano gli abiti che indossavo, come le fognature contribuivano alla salute di una città. La nostra vita si reggeva su un complesso di specialisti, ognuno dei quali attendeva al proprio lavoro con maggior o minore risultato, e si aspettava che gli altri facessero lo stesso.
Quando andai di nuovo alla porta e lanciai un'occhiata per il corridoio, fui costretto a riconoscere che, qualunque cosa fosse accaduta, doveva coinvolgere assai più persone che il singolo paziente della camera 48.
In quel momento nessuno era in vista, benché in lontananza potessi udire un diffuso mormorio di voci. Si sentivano anche scalpiccii di passi, e, di tanto in tanto, qualche voce più alta echeggiava nei corridoi vuoti; ma non c'era nulla di simile al frastuono che avevo udito prima. Questa volta non mi misi a urlare. Feci qualche passo fuori con circospezione... perché con circospezione? Non lo so. So solo che c'era qualcosa che m'induceva a farlo.
Era difficile, in quell'edificio pieno d'echi, dire donde provenissero i suoni; ma, da una parte, il corridoio terminava con una finestra chiusa, su cui si disegnava l'ombra di un balconcino; ragion per cui mi incamminai dall'altra. Girai un angolo e mi trovai fuori dell'ala delle camere private, in un corridoio più ampio.
Quando gli diedi una prima occhiata, mi parve vuoto; poi, mentre avanzavo, scorsi una figura uscire dall'ombra. Era un uomo che, sopra una giacca nera e pantaloni a righe, indossava un camice bianco. Pensai che fosse uno dei medici dell'ospedale, ma era strano che si appoggiasse alla parete come uno che va avanti a tentoni.
«Ehi là» dissi.
Si arrestò bruscamente. La faccia che mi volse era grigia e spaventata.
«Chi siete?» chiese con voce incerta.
«Mi chiamo Masen» dissi. «William Masen. Sono un paziente. Camera numero quarantotto. E sono venuto a vedere perché...»
«Potete vedere?» mi interruppe.
«Ma sì! E benissimo!» risposi. «È stato un lavoro ben fatto. Ma nessuno veniva a togliermi le bende, e così me la sono cavata da solo. Non penso di aver fatto male. Ho preso...»
Ma l'uomo mi interruppe di nuovo.
«Per favore, conducetemi al mio ufficio. Devo telefonare.»
Stentavo a capire, ma tutto, da quando mi ero svegliato quella mattina, era stato sbalorditivo.
«Dov'è?» chiesi.
«Quinto piano, ala ovest. Il nome è sulla porta. Dottor Soames.»
«Benissimo» dissi un poco sorpreso. «Dove siamo ora?»
L'uomo scosse la testa: aveva l'espressione tesa ed esasperata.
«Come diavolo potrei saperlo?» disse amaramente. «Voi avete gli occhi, dannazione. Usateli. Non vedete che sono cieco?»
Nulla mostrava che egli fosse cieco. I suoi occhi erano spalancati e parevano fissi nei miei.
«Aspettate un minuto qui» dissi. Mi guardai attorno. Scorsi un grande "5" dipinto sulla parete opposta all'ingresso dell'ascensore. Tornai indietro e glielo dissi.
«Bene. Prendetemi il braccio» ordinò. «Girate a destra appena sorpassato l'ascensore. Poi infilate il primo corridoio a sinistra; è la terza porta.»
Seguii le sue istruzioni. Non incontrammo nessuno. Una volta entrato nella camera, lo guidai alla scrivania, staccai il ricevitore e glielo porsi. Ascoltò per qualche secondo. Poi annaspò intorno finché trovò l'apparecchio, e compose da sé, più volte, un numero di due cifre che immagino fosse quello del centralino. Lentamente la sua espressione mutò. Quella sua aria irritata scomparve, i lineamenti si distesero. Parve semplicemente stanco, molto stanco. Depose il ricevitore sulla scrivania. Per alcuni istanti stette silenzioso, come se guardasse la parete di fronte. Poi si voltò.
«Nulla da fare. Siete ancora qui?» domandò.
«Sì» dissi.
Tastò con le dita l'orlo della scrivania.
«Da che parte sto? Dov'è quella dannata finestra?» domandò, con un ritorno di irritabilità.
«Proprio dietro di voi» dissi.
Si voltò e si avviò in quella direzione, le mani protese. Tastò cautamente il davanzale e i due lati, e arretrò d'un passo. Prima che mi fossi reso conto della sua intenzione, s'era lanciato in avanti e saltava fuori...
 
Non volli andare a guardare. Dopo tutto eravamo al quinto piano.
Quando mi mossi, fu per lasciarmi cadere pesantemente su una sedia. Presi una sigaretta da una scatola aperta sulla scrivania e l'accesi, con mano malferma. Rimasi seduto alcuni minuti e cercai di ricompormi. Dopo, uscii dalla stanza e ritornai al luogo dove avevo incontrato l'uomo. Quando ci arrivai, non mi sentivo ancora troppo bene.
All'estremità del grande corridoio si aprivano le porte delle corsie. I vetri erano smerigliati, tranne gli spioncini ovali di vetro liscio all'altezza di una persona. Pensai che ci fosse qualcuno di turno, a cui riferire quanto era avvenuto.
Aprii la porta. Era piuttosto buio, all'interno. Le tende erano state accostate quando lo spettacolo della notte precedente era finito, e lo erano ancora.
«Sorella!» chiamai.
«Non è qui» disse una voce d'uomo. «E per di più» continuò «non è qui da un bel po' di ore. Non potete scostare quelle tende, amico, e lasciar entrare un po' di luce? Non so che cosa è accaduto in questo maledetto posto, stamattina.»
«D'accordo» dissi.
Tirai le tende della finestra più vicina, e una freccia di sole entrò nella stanza. Mi trovavo in una corsia del reparto chirurgia, con circa venti malati, tutti costretti a letto. Fratture agli arti, per lo più qualche amputazione, a quel che si vedeva.
«Smetti di divertirti con quelle tende, amico, e tirale una buona volta» disse la stessa voce.
Mi volsi a guardare l'uomo che aveva parlato. Era un tipo bruno e massiccio, con la pelle arsa dal sole e dal vento. Si era rizzato a sedere sul letto, proprio di faccia a me, in piena luce. I suoi occhi parevano fissi nei miei, e così quelli del suo vicino e del malato che seguiva...
Per alcuni istanti, li guardai a mia volta. Ci volle un po' di tempo perché mi potessi render conto. Poi:
«Io... le tende... pare che siano incagliate» dissi. «Vado in cerca di qualcuno che le sistemi.»
E fuggii dalla corsia.
Ero ancora scosso, e avrei fatto bene a bere qualcosa di forte. La cosa cominciava a farsi seria. Ma mi era difficile credere che tutti i malati di quella corsia fossero ciechi, proprio come il dottore, e ancora...
L'ascensore non funzionava, e così infilai le scale. All'altro piano mi ricomposi e racimolai il coraggio di guardare in un'altra corsia. I letti erano tutti sfatti. Dapprima pensai che non ci fosse nessuno, ma non era così. Due uomini in camicia da notte giacevano sul pavimento. Uno era tutto inzuppato dal sangue che gli colava da una ferita non medicata, l'altro era tutto rattrappito, malgrado l'ingessatura che gli saliva fino al collo, e pareva morto già da un pezzo. Tutti gli altri se n'erano andati.
Ritornato una volta ancora sulle scale, mi resi conto che il coro di voci che mi aveva accompagnato per tutto il tempo proveniva dal basso e che le voci erano ora più alte e più vicine. Esitai un momento, ma mi parve che non ci fosse altro da fare che continuare a scendere.
Sul primo pianerottolo inciampai quasi in un uomo che giaceva nell'ombra, di traverso. Ai piedi della scala c'era qualcuno che in quel corpo aveva inciampato davvero, e cadendo s'era spaccato la testa sui gradini.
Giunsi infine all'ultima rampa, dove potei fermarmi e dare uno sguardo al salone centrale. Evidentemente tutti coloro che erano in grado di muoversi dovevano essersi riuniti lì con l'idea di trovare aiuto, o di uscire. Forse alcuni erano usciti. Una delle porte d'ingresso era spalancata, ma molti non riuscivano a trovarla. C'era una gran folla d'uomini e di donne, quasi tutti nelle loro camicie da ospedale, che si aggiravano lentamente, impotenti. Il movimento premeva crudelmente quelli ai margini contro gli angoli di marmo o le sporgenze decorative delle pareti. Qualcuno rimaneva schiacciato lì, senza respiro; e se poi la pressione dei vicini, allentandosi, gli permetteva di cadere, restava lì senza più riuscire a sollevarsi.
Non potei sopportare quello spettacolo più di un minuto o due. Risalii di corsa le scale.
Sedetti su uno scalino per riflettere un po', con la testa tra le mani e quel terribile groviglio di suoni nelle orecchie. Poi cercai e trovai un'altra scala. Era una stretta scala di servizio che mi condusse, per un passaggio poco frequentato, al cortile. Mentre uscivo nel cortile, ancora mi rifiutavo, quasi, di credere a quello che avevo visto.
Ma di una cosa ero perfettamente sicuro. Incubo o realtà, avevo bisogno di bere come raramente ne avevo avuto bisogno in vita mia.
Non vi era quasi nessuno nella stradetta laterale su cui dava il cancello del cortile, ma, quasi di fronte, c'era un bar. Ne ricordo ancora il nome: "The Alamein Arms". Pendente da un braccio di ferro, c'era un'insegna con un'autorevole immagine del visconte Montgomery, e, sotto, una delle porte era aperta. Mi diressi senza esitazione verso quella.
Entrare nel bar mi diede per il momento un confortevole senso di normalità. Era prosaico e familiare come tanti altri.
Ma benché non vi fosse nessuno nella prima stanza, c'era certamente qualcuno nell'attiguo salone. Sentivo un respiro pesante. Un turacciolo volò da una bottiglia, con uno schiocco. Una pausa. Poi una voce osservò:
«Gin, dannazione! Alla malora il gin!» Seguì il fragore di una rottura. La voce ebbe un gorgoglio da ubriaco. «Ecco, lo specchio! Ma a che servono, tanto, gli specchi?»
Un altro turacciolo.
«Ancora quel dannato gin» si lamentò la voce, offesa. «Alla malora il gin!»
Questa volta la bottiglia andò a urtare contro qualcosa di morbido, cadde con un tonfo sul pavimento e vi restò mentre il contenuto ne usciva gorgogliando.
«Ehi!» gridai. «Voglio bere!»
Ci fu un silenzio. Poi:
«Chi siete?» chiese la voce, prudentemente.
«Vengo dall'ospedale» dissi. «Voglio bere.»
«Non riconosco la vostra voce. Ci vedete?»
«Sì» risposi.
«Bene, allora, perdio, venite al bar, e trovatemi una bottiglia di whisky.»
Attraversai la stanza e passai nell'altra. Un uomo dalla grossa pancia e dalla faccia rossa, con baffi grigi da tricheco, era là. vestito solo dei pantaloni e di una camicia senza colletto. Era piuttosto ubriaco. Pareva indeciso se aprire la bottiglia che teneva tra le mani o usarla come arma.
«Chi siete?» chiese sospettoso.
«Un paziente che ha bisogno di bere» dissi. «Questo qui è ancora gin» soggiunsi.
«Oh, davvero! Porco di un gin!» disse e lo gettò via. La bottiglia andò a finire oltre la finestra, con un gran fracasso.
«Datemi quel cavaturaccioli» gli dissi.
Presi dallo scaffale una bottiglia di whisky, la aprii e gliela porsi assieme a un bicchiere. Io bevvi un brandy forte, poi un altro. Dopo, le mani mi tremavano un po' meno. Guardai il mio compagno. Stava vuotando bellamente la sua bottiglia di whisky.
«Vi ubriacherete» dissi.
Si fermò e girò la testa verso di me. Avrei potuto giurare che i suoi occhi mi vedessero davvero.
«Ubriacarmi! Ma lo sono già, ubriaco» disse, sprezzante.
Aveva ragione e non feci commenti. Si curvò un poco in avanti ed esclamò: «Bisogna ubriacarsi. Bisogna ubriacarsi molto.» Si curvò di più. «Sapete com'è? Sono cieco. Ecco che cosa sono. Cieco come un pipistrello. Tutti sono ciechi come pipistrelli. Tranne voi. Perché voi non siete cieco come un pipistrello?»
«Non lo so» dissi.
«È stata quella maledetta cometa, p...! Ecco cos'è stato. Stelle cadenti verdi, e ora tutti sono ciechi come pipistrelli. Avete visto cadere quelle stelle verdi?»
«No» ammisi.
«Ecco. Ecco la prova. Non le avete viste: non siete cieco. Tutti gli altri le hanno viste» agitò un braccio in modo espressivo «e tutti sono ciechi come pipistrelli. Porche comete, dico!»
Mi versai un terzo brandy, domandandomi se ci fosse qualcosa di vero in quel che diceva l'ubriaco.
«Tutti sono ciechi?» domandai.
«È così. Tutti. Probabilmente tutti al mondo, eccetto voi» rispose come se solo allora ciò lo colpisse.
«Come lo sapete?» chiesi.
«È facile. Ascoltate!» disse.
Rimanemmo in silenzio a fianco a fianco, ad ascoltare... Nulla! Non c'era nulla da udire, nulla se non il leggero fruscio di un vecchio giornale trascinato dal vento nella strada deserta.
«Capite che cosa intendo? È chiaro» disse l'uomo.
«Sì»dissi lentamente. «Sì, capisco che cosa volete dire.»
Decisi di andarmene. Non sapevo dove, ma dovevo scoprire di più, sapere di più...
«Siete il padrone?» gli chiesi.
«Che cosa?» chiese, come sulle difensive.
«Devo pur pagare qualcuno, per i tre brandy.»
«Non pensateci. Sapete perché? Perché a che cosa serve il denaro, a un morto? Ecco cosa sono! Ancora qualche bicchierino.»
Pareva un tipo robusto per la sua età, e glielo dissi.
«A che serve vivere ciechi come pipistrelli?» domandò, aggressivo. «Ecco che cosa ha detto mia moglie. E aveva ragione! Ha molto più fegato di me. Quando ha scoperto che anche i bambini erano ciechi, che cosa ha fatto? Li ha presi a letto con sé e ha aperto il rubinetto del gas. Ecco che cosa ha fatto. E io non ho avuto il fegato di finirla con loro. È stata coraggiosa mia moglie; più di me. Ma lo sarò anch'io. Me ne tornerò di sopra subito, appena sarò abbastanza ubriaco.»
Che cosa c'era da dire? Ciò che dissi non servì a nulla, se non a guastare il suo umore. Alla fine, raggiunse a tastoni le scale e scomparve lassù, con la bottiglia in mano. Non tentai di fermarlo, né di seguirlo. Lo guardai andarsene. Poi buttai giù l'ultimo dei miei brandy, e uscii nella strada silenziosa.


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