Biennale che parla sottovoce: cosa significa “In Minor Key
In un presente che sembra premiare soprattutto ciò che riesce a farsi vedere, condividere e commentare rapidamente, scegliere per la Biennale Arte di Venezia un titolo come In Minor Keys ha qualcosa di sorprendentemente controcorrente. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026, nasce dal progetto curatoriale di Koyo Kouoh e porta dentro uno dei più grandi appuntamenti mondiali dell’arte contemporanea un’immagine che appartiene prima di tutto alla musica: quella delle tonalità minori.
Pensare immediatamente alla tristezza, però, sarebbe riduttivo. Nel testo curatoriale ideato da Kouoh, la tonalità minore si allarga fino a comprendere il blues, la morna, il lamento, l’improvvisazione, la poesia, il sussurro e quelle frequenze più basse che richiedono attenzione per essere percepite. La mostra invita esplicitamente a diminuire la velocità e ad ascoltare ciò che rischia di perdersi nella confusione del presente. Non propone quindi un’arte più debole o più remissiva, ma una diversa idea di forza, meno dipendente dal volume con cui qualcosa riesce a imporsi.
È difficile non riconoscere quanto questa scelta riguardi anche il nostro modo di vivere fuori dai musei. Siamo immersi in una comunicazione che compete continuamente per ottenere attenzione, mentre guerre, crisi ambientali, conflitti sociali e drammi individuali arrivano sui nostri schermi mescolati a pubblicità, intrattenimento e notifiche. Perfino la sofferenza rischia di essere costretta dentro una gara di visibilità nella quale deve diventare sempre più esplicita per riuscire ancora a colpirci. In Minor Keys prova invece a chiedere che cosa accada quando l’arte smette di aggiungere rumore al rumore e cerca un altro modo di stare dentro la realtà.
Kouoh non immaginava infatti una Biennale disinteressata alle crisi contemporanee. Il suo testo curatoriale rifiuta sia l’idea di trasformare l’esposizione in una successione di commenti sull’attualità, sia quella opposta di ignorare ciò che sta accadendo nel mondo. Al centro viene riportata la capacità dell’arte di agire sul piano emotivo, sensoriale, soggettivo e affettivo, riconoscendo agli artisti il ruolo di interpreti della condizione sociale e psichica e di creatori di nuove possibilità di relazione.
Questa posizione cambia anche il significato della parola “impegno”. Per molto tempo abbiamo associato l’arte impegnata soprattutto alla denuncia evidente, al messaggio dichiarato, alla rappresentazione diretta di una ferita politica o sociale. Sono linguaggi che continuano ad avere piena legittimità, ma non esauriscono ciò che un’opera può fare. Raccontare una memoria privata, proteggere una tradizione, creare uno spazio di ascolto, recuperare una relazione con la terra, dare forma a un’esperienza ignorata oppure permettere a qualcuno di sostare davanti a un’opera senza essere immediatamente spinto verso la successiva possono diventare anch’essi gesti culturalmente significativi.
La lentezza, in questo contesto, non viene presentata come una decorazione rassicurante. Diventa quasi un problema politico: chi possiede ancora il proprio tempo, chi può fermarsi, quali esperienze vengono considerate abbastanza importanti da meritare attenzione e quali, invece, vengono attraversate rapidamente perché non corrispondono alle gerarchie abituali dello sguardo. Il progetto di In Minor Keys comprende anche spazi pensati per il riposo e opere capaci di sollecitare ascolto, contemplazione e percezioni diverse da quella esclusivamente visiva. Lo stesso percorso curatoriale domanda se una manifestazione enorme come la Biennale possa resistere alla tentazione di vedere tutto, classificare tutto e consumare tutto.
È probabilmente qui che il titolo diventa particolarmente interessante per comprendere una parte dell’arte contemporanea di oggi. La questione non sembra più essere soltanto chi riesca a produrre l’immagine più sorprendente, l’installazione più monumentale o il gesto più facilmente riconoscibile, ma chi possa modificare il nostro modo di prestare attenzione. Una pratica artistica può diventare importante anche perché ci costringe a cambiare ritmo, a seguire un dettaglio che avremmo ignorato oppure a entrare in una storia attraverso una sensibilità molto lontana dalla nostra.
Le “voci minori”, di conseguenza, non devono essere confuse con voci meno importanti. Il termine riguarda piuttosto una posizione rispetto ai centri tradizionali del potere culturale e alle narrazioni che hanno avuto maggiore possibilità di imporsi. La Biennale riunisce artisti, collettivi e organizzazioni provenienti da molte aree geografiche e costruisce il proprio progetto attraverso riferimenti che attraversano arti visive, poesia, cinema, musica e performance. Il team curatoriale ha indicato tra le matrici dell’esposizione il blues, lo slow jazz e la morna, accanto a riferimenti letterari come Toni Morrison e Gabriel García Márquez, mostrando una concezione dell’arte che non procede attraverso compartimenti separati ma attraverso risonanze.
Questo non significa che tutta l’arte contemporanea abbia improvvisamente deciso di parlare piano. Sarebbe una generalizzazione tanto comoda quanto falsa. Il mondo dell’arte continua a contenere spettacolo, mercato, monumentalità, provocazione, attivismo, ricerca formale e moltissimi orientamenti differenti. In Minor Keys interessa proprio perché, dentro questa pluralità, sceglie consapevolmente di spostare l’attenzione verso ciò che non pretende necessariamente di dominare la stanza.
Il progetto possiede inoltre una dimensione umana impossibile da separare completamente dalla sua storia. Koyo Kouoh è morta il 10 maggio 2025, quando la Biennale che aveva immaginato non era ancora stata inaugurata. Il progetto curatoriale era però già stato definito in larga parte: aveva stabilito il quadro teorico, scelto artisti e opere, impostato l’identità grafica e l’architettura degli spazi e avviato il dialogo con i partecipanti. La Biennale ha quindi deciso, con il sostegno della famiglia, di realizzare la mostra insieme al gruppo di lavoro scelto dalla curatrice.
Sapere questo modifica inevitabilmente la percezione di un’esposizione che parla di memoria, cura, ascolto e continuità, ma sarebbe ingiusto trasformarla soltanto in un monumento alla sua autrice. Il pensiero di Kouoh guarda soprattutto verso ciò che continua a generarsi, verso gli artisti che costruiscono mondi anche in condizioni difficili e verso la capacità dell’arte di non ridurre l’esistenza alle sue catastrofi.
Forse è proprio questa l’intuizione più potente racchiusa in In Minor Keys. Vivere pienamente nel proprio tempo non significa necessariamente gridarne più forte le contraddizioni. Può significare imparare a riconoscere ciò che sopravvive sotto il frastuono: una memoria trasmessa, una comunità che continua a creare, un corpo che reclama il proprio ritmo, una cultura rimasta ai margini dello sguardo dominante, una forma di bellezza nata senza negare il dolore.
La Biennale del 2026 sembra allora porre una domanda che supera Venezia e riguarda direttamente il modo in cui scegliamo che cosa meriti attenzione. Quando tutti alzano la voce per essere ascoltati, abbassarla può sembrare il modo più sicuro per scomparire. In Minor Keys prova a sostenere il contrario: alcune delle cose che vale maggiormente la pena conoscere non hanno bisogno di diventare più rumorose, ma di incontrare qualcuno disposto finalmente ad ascoltarle.

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