Robert J. Sawyer: La vendetta dei Quintaglio

a cura di Roberto Roganti


Afsan non poteva vedere il sole di mezzogiorno, ma ne sentiva il calore. Nella sinistra teneva il guinzaglio di Gork, la sua lucertola domestica, e procedevano insieme sulla pavimentazione, i suoi artigli che ticchettavano sonoramente sulla pietra echeggiati dal rumore più sommesso dei passi di Gork. Poi sentì un rumore metallico di ruote che si avvicinavano da destra.
Afsan era cieco da venti chilogiorni, da quando Det-Yenalb, il Maestro della fede, gli aveva perforato gli occhi con una daga di ossidiana, rigirandola nelle orbite per svuotarle. Non gli piaceva ripensare a quel giorno lontano in cui era stato condannato per eresia e accecato nella piazza centrale di Capital City davanti a un centinaio di persone, accalcate a meno di tre passi una dall’altra.
Da allora la città era cambiata. Il terremoto del chilogiorno 7110 aveva distrutto molte strade e edifici, sostituiti da altri di aspetto diverso. La ricostruzione aveva lasciato il segno, ma Afsan sapeva sempre dove si trovava rispetto alla piazza centrale, perché ancora adesso doverla attraversare lo metteva in agitazione. Quel giorno però non ci si sarebbe neppure avvicinato…
Radici!
Sentì l’artiglio centrale impigliarsi in qualcosa – una pietra smossa? – e si trovò a cadere in avanti con la coda che si alzava da terra.
Gork sibilò con forza quando gli strattonò il guinzaglio nel disperato tentativo di raddrizzarsi.
Da più avanti giunse un grido: «Attento!».
La voce di un altro passante: «Finirà schiacciato!».
Davanti a lui risuonò un forte ruggito… un cornerio?
Il torace gli strisciò contro la pavimentazione.
Il rumore di pelle squarciata.
Poi di nuovo il cornerio.
Uno schiocco nella spalla.
Una fitta di dolore.
Il suo muso che sbatteva contro il terreno.
Il sapore del sangue in bocca.
Due denti ricurvi che si staccavano.
Poi un’esplosione nella testa, quando qualcosa di pesante la colpì e la spinse di lato, tanto forte che il
collo parve prossimo a spezzarsi.
Altri scricchiolii.
Altro dolore.
Un dolore indescrivibile.
Un urlo dal lato della strada.
Altri denti che saltavano.
Non poteva respirare da una narice, gli sembrava che tutto quel lato del muso fosse stato schiacciato.
Piedi in corsa.
Afsan gemette.
Una voce sconosciuta: «Stai bene?».
Afsan cercò di sollevare la testa. Seguì una fitta di agonia: la scapola era una lama che gli tagliava il collo e la testa era viscida di sangue.
Risuonò la voce acuta di un giovane: «È Sal-Afsan!».
Un’altra voce: «Per la Faccia della Dea, è lui!».
E una terza: «Oh, Dea santa. La sua testa… Sal-Afsan, stai bene?».
Altri piedi in corsa, artigli che strappavano scintille alla pavimentazione.
Agonia.
«Lo hai travolto!»
«È inciampato davanti al mio carro. Ho cercato di fermarmi.»
Carro. Le ruote che aveva sentito. E doveva essere trainato dal cornerio. Il calcio… una zampa anteriore. Afsan tentò di parlare ma non ci riuscì. Sentiva il sangue scaturirgli dal corpo.
«Ha il lato sinistro della faccia schiacciato» disse il giovane. «Guardate… la spalla ha qualcosa di strano.»
Un’altra voce: «Di certo è lussata».
«È morto?» chiese una voce nuova.
«No. Non ancora, almeno. Guardate il suo cranio!»
Afsan cercò ancora di parlare, ma emise solo un basso sibilo.
«Qualcuno chiami un guaritore!»
«No, ci vorrebbe troppo tempo, dobbiamo portarlo noi da lui.»
«L’infermeria del palazzo non è lontana» intervenne una delle voci. «Di certo Sal-Afsan deve essere un paziente del medico imperiale, com’è che si chiama…»
«Mondark» rispose un’altra voce. «Dar-Mondark.»
«Portalo là con il tuo carro!» gridò qualcuno.
«Avrò bisogno di aiuto» rispose il conducente. «È troppo pesante perché riesca a sollevarlo da solo.»
Scese il silenzio, rotto solo dal respiro affaticato di Afsan e dai sibili confusi di Gork.
«Per favore, gente! Qualcuno mi aiuti! Non posso farcela da solo.»
Si levò una voce incredula: «Toccare qualcuno…».
«Senza aiuto medico morirà. Avanti.»
Una nuova voce, da più lontano: «Fatemi passare. Sono di ritorno da una caccia e credo di poterlo toccare senza problemi».
Un rumore di piedi. Afsan gemette ancora.
La voce del conducente gli risuonò vicino al foro uditivo. «Ora ti toccheremo, Sal-Afsan. Cerca di non reagire.»
Anche in agonia, con il cranio fratturato e una spalla lussata, l’istinto dominava.
«Attento alla spalla…»
Afsan ululò di dolore.
«Mi dispiace. È molto pesante.»
Afsan sentì che gli estraevano la testa dalla pozza di sangue rappreso, lo sollevavano e lo adagiavano prono sul carro.
«E la sua lucertola?» chiese il conducente.
«Ci penso io» si offrì il giovane che per primo aveva identificato Afsan. «So dov’è l’infermeria imperiale.»
«Latark!» gridò il conducente, e il cornerio partì al galoppo lungo la strada, con la testa di Afsan che sobbalzava e il rumore delle ruote di metallo che copriva i suoi gemiti.
Dopo un’eternità, arrivarono davanti all’infermeria di Dar-Mondark, una tipica costruzione in mattoni di argilla a sud del palazzo. Afsan sentì il conducente scendere e il rumore dei suoi artigli contro la placca di segnalazione, sullo stipite. La porta si aprì con uno stridio di cardini e lui udì la voce di Mondark. «Sì?»
«Sono Gar-Reestee» disse il conducente. «Ho con me Sal-Afsan. È ferito.»
Risuonarono i passi pesanti di Mondark che si avvicinava in fretta al carro. «Dea!» esclamò. «Com’è successo?»
«È inciampato ed è caduto sulla strada. Il mio cornerio gli ha dato un calcio alla testa prima che potessi fermare il carro.»
«Che brutte ferite…» Mondark si avvicinò di più, e la sua voce si fece rassicurante. «Ti rimetterai, Afsan.»
Il conducente disse con tono incredulo: «Guaritore, il tuo muso…».
«Zitto» ingiunse Mondark. «Aiutami a portarlo dentro. Afsan, stiamo per sollevarti.»
Di nuovo, venne trasportato e sentì freddo a un lato della testa. Dopo parecchi momenti lo deposero prono su un tavolo di marmo. Mondark l’aveva curato su un tavolo simile a questo quando era precipitato al suolo dall’alto del collo di un romboterio. Sapeva che la stanza era riscaldata da una stufa a carbone in ghisa e che il tetto sopra il tavolo era quasi tutto di vetro, perché la luce esterna illuminasse il paziente.
«Grazie, Gar-Reestee, per aver portato dentro Afsan» disse Mondark. «Farò per lui tutto il possibile, ma tu devi andartene. Il contatto fisico per il trattamento delle ferite è qualcosa che non dovresti vedere.»
La voce del conducente suonò addolorata. «Buon Sal-Afsan, mi dispiace terribilmente. È stato un incidente.»
Afsan cercò di annuire, ma una fitta di agonia gli percorse il muso.
Il conducente uscì e Mondark si mise al lavoro.
«Terra in vista!»
Il capitano Var-Keenir smise di camminare lungo il ponte della Dasheter e piegò il muso all’indietro per guardare verso la coffa, in alto sull’albero di maestra. Il vecchio Biltog era lassù, con il cappello rosso e la pelle verde che si stagliavano contro il cielo violaceo. Keenir agitò la coda, rattristato. Era una cosa che aveva visto succedere nei viaggi lunghi, e gli ufficiali di vedetta, che passavano molto tempo sotto il sole, vi andavano più soggetti. Biltog aveva le allucinazioni. La Terra, il solo continente noto, era a mezzo mondo di distanza.
«Terra in vista!» ripeté Biltog, il braccio teso verso nordest. La vela rossa dell’albero di maestra schioccava al vento. Due Quintaglio si spostarono a tribordo per vedere cosa stesse indicando il compagno.
Keenir guardò di nuovo in alto. Il sole bianco e brillante saliva nel cielo davanti a loro. Dietro di loro, la Faccia della Dea copriva la metà di cielo fra lo zenit e l’orizzonte, con il bordo superiore illuminato e il resto una massa d’ombra. Si vedevano anche tre lune, pallide nella luce solare. A nordest, però, non c’era niente tranne onde e cielo.
Kee-Toroca, un giovane Quintaglio, emerse da una rampa di accesso ai ponti inferiori vicina a Keenir e gli si accostò più di quanto a lui andasse a genio. «Ho sentito gridare “terra in vista”?»
Keenir conosceva il giovane studioso dalla nascita, e in effetti Toroca aveva scelto il prenome Kee per onorarlo. «Hai un udito davvero straordinario, considerato che ti trovavi sottocoperta» osservò con la sua voce roca. «Sì, l’ha gridato Biltog, ma credo abbia preso troppo sole. Non ci può essere terra, qui.»
«Ah, ma terra ignota è proprio quello che cerchiamo.»
Keenir batté i denti. «Sì, lo stadio finale dei rilevamenti geologici. Io però non mi aspetto di trovarne.»
Toroca aveva con sé il lunga-vista d’ottone che sua madre Novato aveva dato a suo padre Afsan il giorno in cui lui era stato concepito. Esso rifletteva il sole, con la patina verde dell’ottone che creava contrasto con i riflessi viola del cielo. Scrutò l’orizzonte a occhio nudo.
Niente.
O forse c’era qualcosa?
Sollevò il lunga-vista e ne ruotò i componenti fino a mettere a fuoco l’orizzonte: c’era una lieve linea marrone che separava il mare dal cielo.
Adesso anche Keenir la vedeva. Essendo tanto in alto, Biltog l’aveva avvistata prima di chiunque si trovasse sul ponte.
«Vuoi dare un’occhiata?» mormorò Toroca, offrendo lo strumento al capitano.
«Una terra ignota» disse Keenir, scuotendo la testa incredulo, poi girò sui tacchi gridando: «Tutta a tribordo! Girate la nave!».
Un’arca.
Un’arca spaziale.
Wab-Novato si appoggiò alla coda robusta, piantò le mani sui fianchi e contemplò la vasta struttura blu che sporgeva dalla parete dell’altura.
Aveva passato la maggior parte degli ultimi due chilogiorni nella provincia di Fra’toolar per studiare la nave aliena, e cercare di capirne i misteri era come provare a prendere un aerodattilo: ne potevi seguire le impronte sulla sabbia, dicendoti che eri sempre più vicino a un pranzo saporito, ma quando pensavi di poter afferrare la preda, questa spiccava il volo, lasciandoti a mani vuote. Nella costruzione di quella nave non c’era quasi traccia di ingranaggi, leve o molle, niente pompe o ruote, nulla di familiare per i Quintaglio.
Era parsa un dono della Dea, quella nave dallo spazio. Il loro mondo, la più interna delle quattordici lune, era condannato: entro poche centinaia di chilogiorni lo stress dovuto alla sua orbita intorno al gigante a strisce chiamato la Faccia della Dea lo avrebbe distrutto. Fino a venti chilogiorni prima, quando Afsan aveva capito che la loro luna era condannata, nessun Quintaglio aveva mai volato, e l’idea di attraversare il vuoto fra i mondi era stata materia per le storie più fantastiche. Alla fine, però, il governo si era dedicato all’esodo, progetto gestito dalla stessa Novato.
Prima di trovare la nave, i Quintaglio stavano già facendo progressi: tramite lo studio degli aerodattili e degli uccelli estinti, Novato aveva costruito il primo aliante, il Tak-Saleed. In quei due chilogiorni erano stati sviluppati alianti più efficienti. Forse era stata sciocca a lasciare quella ricerca ad altri, ma l’arca era parsa una scorciatoia verso le stelle. Nonostante gli sforzi della sua squadra, però, nessuno ancora sapeva come funzionasse.
L’altura dove si trovava era alta oltre duecento passi e mostrava la migliore sequenza ininterrotta di strati di roccia sedimentaria della Terra. Toroca aveva scoperto la nave mentre li studiava in cerca di fossili. Ne aveva trovati in abbondanza al di sopra del più basso strato di gesso, detto Segnalibro, ma nessuno al di sotto. Il Segnalibro era parso indicare il momento della creazione divina della vita, ma adesso gli studiosi per lo più concordavano che quello fosse invece il punto di arrivo, indicante il momento in cui forme di vita trapiantate erano state liberate da altre arche.
Questa però si era schiantata, i suoi occupanti con cinque occhi erano morti e il carico di piante e di animali non era mai stato liberato. L’arca era stata sepolta da sedimenti poi divenuti roccia, ma non era stata schiacciata, perché il suo materiale era più duro del diamante e resistente alla corrosione. La parte esposta dall’esplosione sembrava enorme, ma era una piccola porzione dell’intero scafo.
Era mezzogiorno, il cielo viola era venato di nuvole argentee. Alla sinistra di Novato c’era il mare che cingeva il mondo, davanti a lei i granchi correvano fra le rocce della striscia di spiaggia a ridosso dell’altura. Da lì, le reti di corde lasciate dagli scavi precedenti e le successive impalcature di legno di adabaja si stendevano fino all’arca. Reggendo una lampada a olio, salì i gradini scricchiolanti.
Nel farlo, vide molto più in alto parecchi Quintaglio lavorare di piccone lungo i lati dell’arca, e sapeva che altri facevano lo stesso sopra di essa. Finora avevano trovato un solo ingresso, poco accessibile perché la porta esterna era incastrata a metà. I minatori lavoravano per rimuovere la roccia nella speranza di trovare un altro ingresso. Finora avevano fallito, ma nel mettere a nudo il tetto della nave avevano scoperto che era in buona parte coperto di celle nere esagonali. Nessuno sapeva a cosa servissero, ma Novato aveva notato una cosa sorprendente: invece di scaldarsi sotto il sole, come fanno gli oggetti neri, le celle rimanevano fredde, come se – non sapeva per quale meccanismo – convogliassero il calore nella nave.
Finalmente arrivò in cima e attraversò la piattaforma fino alla porta semichiusa dell’arca. Al di là c’era una stanzetta, vuota tranne che per una griglia sulla parete, con una seconda porta.
Quella stanza a due porte era oggetto di molte discussioni. Alcuni pensavano fosse una trappola per animali, usata per attirarli nella camera esterna, chiudendo in fretta la prima porta per non aprire la seconda finché l’animale non fosse asfissiato o morto di fame. Nessun cacciatore avrebbe usato quel metodo, ma l’equipaggio della nave aveva un corpo troppo strano per immaginarlo impegnato nella caccia.
Altri opinavano che la stanza avesse la funzione opposta: una misura di sicurezza per impedire la fuga degli animali a bordo… dopotutto, quella era un’arca… mentre l’equipaggio sbarcava.
Novato dubitava di entrambe le teorie. Era certa ci fosse un’altra spiegazione più elegante, ma per quanto ci pensasse la risposta continuava a sfuggirle.
“Oh, bene” si disse. “Solo un’altra delle molte cose che non capisco di questa nave.”
Per l’ennesima volta sgusciò oltre la porta socchiusa ed entrò nella vasta arca, in cerca di un miracolo che salvasse il suo popolo.
La guarigione di Afsan fu notevole. Rimettere a posto la spalla era stato facile, ma riallineare i pezzi fratturati del cranio era stato difficile e doloroso. Mondark aveva usato fili di budello per ricucire le lacerazioni sul muso e sulla testa, e Afsan aveva mantenuto uno stoico silenzio mentre l’ago gli trapassava la pelle.
Aveva poi trascorso quella notte e la successiva sul tavolo operatorio di Mondark, per rimettersi in forze; quando infine era riuscito a muoversi, il suo assistente Pal-Cadool era venuto per portarlo a casa.
Questo era successo venti giorni prima e Mondark aveva insistito perché Afsan tornasse ogni dieci giorni per un controllo.
«Come ti senti, oggi?» gli chiese.
«Bene, suppongo, anche se la pelle nuova prude e il lato della testa fa ancora male se lo tocco.»
«C’era da aspettarselo. Francamente, stai molto meglio di quanto sperassi. Non credevo che ce l’avresti fatta.»
Afsan batté i denti. Gli spazi vuoti lungo la mascella cominciavano a riempirsi di spuntoni acuminati. «Nessuno è più contento di me che la tua diagnosi fosse errata. Che aspetto ho?»
Mondark batté a sua volta i denti. «Ecco, non posso fare niente per il tuo aspetto, Afsan. Se vuoi un miracolo, rivolgiti a un prete. Nel complesso però, non c’è male. Le cicatrici sono di un giallo acceso, ma le croste sono diminuite. Hai alcuni lividi intorno alla scapola, ma spariranno. Fa ancora male?»
«Sì, ma migliora.»
«Bene. E hai evitato di sollevare pesi?»
«Sì» ribatté Afsan. «Ho saltato il solito turno di lavoro ai moli.»
«Bene. Ora ti toglierò i punti. Sto per toccarti la faccia.»
Mondark usò un paio di piccole forbici per sollevare e tagliare ogni filo, sfilandoli poi tutti con gli artigli che fungevano da pinza. Nonostante il suo stoicismo, Afsan sussultò ogni volta.
Dopo quelli del muso, il medico passò ai punti lungo la testa. Alla fine si fermò, ma per qualche motivo non si allontanò dalla faccia di Afsan. «Come vanno i tuoi occhi?» chiese infine.
La voce di Afsan suonò fredda. «Le tue battute lasciano a desiderare, dottore. Non è divertente.»
«Intendo dire che le tue palpebre hanno qualcosa di diverso, come se… Perdonami, Afsan, ma puoi sollevare le palpebre?»
«Non lo faccio mai. Esporre le orbite fa male.»
«Lo so, ma… perdonami, le vorrei sollevare io stesso. Ti toccherò la faccia.»
Afsan sussultò al contatto delle dita di Mondark con la sua testa, poi avvertì uno strano freddo quando il medico sollevò la palpebra sinistra.
Il guaritore sussultò. «Per tutte le uova…»
«Cosa? Che c’è?»
«Afsan, puoi vedermi?»
«Cosa?»
«Riesci a vedermi?»
«Dottore, di cosa parli?»
Senza preavviso, Mondark gli sollevò l’altra palpebra. «Dea» mormorò.
Ora che entrambe erano alzate, poteva vedere le orbite rosa, e in fondo a ciascuna una sfera umida e nera, grande circa la metà di un occhio normale, lo fissava.
Chiese ad Afsan di tenere alzate le palpebre mentre gli accostava una candela alla faccia. Le pupille dei Quintaglio erano difficili da vedere sullo sfondo della sclera nera, e la luce riflessa sulla superficie umida complicava le cose, ma non c’erano dubbi che le pupille si contraessero sotto il suo impatto.
«Gli occhi non si rigenerano» obiettò Afsan, incredulo. «Sono come gli organi interni. Il danno è permanente.»
Mondark si spostò dall’altro lato della stanza: troppa vicinanza irritava entrambi. «Di solito è così, ma molto di rado un organo, perfino un occhio, ricresce. In genere accade nei bambini, ma può verificarsi anche negli adulti.»
«Ma mi hanno accecato venti chilogiorni fa. Perché succede solo adesso?»
«C’entra senza dubbio la tua recente ferita alla testa. Hai dovuto rigenerare una grande massa di osso, carne e muscolo, e in qualche modo il tuo corpo ha rigenerato anche gli occhi, sebbene siano ancora solo la metà delle dimensioni normali.»
Afsan scosse il capo. «È incredibile. Quindi» riprese poi, con voce tremante, quasi temesse la risposta, «quando saranno del tutto rigenerati tornerò a vederci?»
Mondark non rispose subito. «Non lo so. Gli aspetti funzionali ci sono già tutti. Oh, gli occhi sono ancora troppo piccoli, ma continueranno a crescere fino a riempire le orbite. Il cristallino è limpido, le pupille reagiscono ed entrambi gli occhi guardano insieme a sinistra e destra, ma non so se funzioneranno davvero.» Un’altra pausa. «Dici che non vedi niente?»
«Esatto.»
«Proprio niente?»
«No.»
«Neppure quando ho avvicinato la fiamma, poco fa?»
«No, niente. Buio pesto. Com’è da… da quando Yenalb mi ha fatto questo.»
«Torna fra dieci giorni, ma vieni subito se vedi qualcosa… un accenno di luce, un’immagine confusa, qualsiasi cosa.»
«Lo farò, Mondark.» Afsan aveva le palpebre alzate, e le piccole sfere nere sembravano fissare il medico dal fondo delle orbite.


Commenti