Hai davvero scelto tu cosa fare oggi?
di Elisa Rubini
La giornata comincia spesso prima ancora che abbiamo deciso come vogliamo viverla. Apriamo gli occhi, prendiamo il telefono, controlliamo l’ora e insieme all’ora arrivano messaggi, notifiche, mail, notizie, promemoria, richieste lasciate in sospeso dal giorno prima. Nel giro di pochi minuti siamo già dentro una serie di risposte, piccoli obblighi e pensieri che non avevamo scelto di affrontare proprio in quel momento. Eppure, se qualcuno ci chiedesse alla sera che cosa abbiamo fatto durante la giornata, probabilmente diremmo che abbiamo semplicemente seguito i nostri impegni.
La domanda più interessante è un’altra: quanti di quegli impegni abbiamo davvero scelto noi?
Non significa immaginare una vita nella quale possiamo fare soltanto ciò che desideriamo. Il lavoro ha orari, una famiglia ha necessità, studiare richiede disciplina, una casa va gestita e molte responsabilità non scompaiono perché abbiamo voglia di sentirci più liberi. La questione riguarda qualcosa di molto più sottile: dentro tutto ciò che dobbiamo fare, quante volte decidiamo ancora noi l’ordine, il momento e il modo in cui utilizziamo la nostra attenzione?
Una notifica compare sullo schermo e la apriamo. Nessuno ci ha obbligati, apparentemente. Stavamo facendo altro, però, e quella piccola comparsa luminosa è riuscita a cambiare la direzione dei nostri minuti successivi. Leggiamo il messaggio, rispondiamo, magari apriamo un collegamento ricevuto insieme alla conversazione, poi ricordiamo qualcos’altro che volevamo controllare. Quando torniamo all’attività iniziale è trascorso più tempo del previsto e, soprattutto, il nostro percorso mentale è stato deciso da una sequenza che non avevamo programmato.
Succede anche senza tecnologia. Qualcuno ci chiede una cosa e diciamo immediatamente di sì, prima ancora di domandarci se possiamo davvero farla senza comprimere tutto il resto. Vediamo qualcosa fuori posto e interrompiamo quello che stavamo facendo per sistemarlo. Ricordiamo una commissione non urgente e sentiamo il bisogno di occuparcene subito, perché sapere che è ancora aperta ci infastidisce. Seguiamo per l’ennesima volta una certa routine non perché ci serva davvero, ma perché l’abbiamo sempre seguita così.
L’automatismo non è necessariamente un nemico. Sarebbe estenuante dover scegliere consapevolmente ogni piccolo gesto della giornata, dal modo in cui prepariamo il caffè al percorso per andare al lavoro. Le abitudini ci permettono proprio di risparmiare attenzione nelle attività ripetitive. Il problema nasce quando smettiamo di accorgerci che alcune abitudini non ci stanno più aiutando e continuano comunque a decidere al nostro posto.
Pensiamo a quante volte prendiamo in mano il telefono senza avere in mente nulla da fare. Non vogliamo scrivere a qualcuno, non stiamo aspettando una notizia importante e non dobbiamo controllare qualcosa di preciso. Lo prendiamo e basta. Il gesto è diventato talmente naturale che il motivo arriva dopo, se arriva. Nel giro di qualche minuto siamo dentro contenuti che non stavamo cercando e ai quali stiamo comunque consegnando una parte della nostra attenzione.
Quella stessa attenzione, più tardi, potrebbe sembrarci insufficiente per leggere, lavorare, creare qualcosa o ascoltare con calma una persona. Non perché una singola occhiata al telefono abbia distrutto la nostra capacità di concentrarci, ma perché una giornata frammentata da cento piccole deviazioni può lasciarci la sensazione di non essere mai stati davvero presenti in ciò che stavamo facendo.
Anche le richieste degli altri possono trasformarsi in automatismi. Essere disponibili è una qualità preziosa, ma la disponibilità continua può diventare una posizione dalla quale non sappiamo più uscire. Rispondiamo subito perché abbiamo sempre risposto subito. Accettiamo un favore perché siamo abituati a essere quelli che risolvono. Interrompiamo ciò che stiamo facendo perché la richiesta di qualcun altro sembra automaticamente più urgente del nostro tempo.
Non serve che qualcuno approfitti intenzionalmente di noi perché accada. Molto spesso siamo noi stessi ad aver costruito, nel tempo, quella modalità. Gli altri imparano semplicemente che siamo raggiungibili, veloci e pronti a occuparci delle cose. Quando proviamo a cambiare ritmo, può comparire una strana sensazione di colpa, quasi come se proteggere un’ora della nostra giornata significicasse diventare improvvisamente egoisti.
La parte più difficile da riconoscere riguarda però le giornate che sembrano produttive. Possiamo arrivare a sera avendo risposto a moltissime persone, risolto problemi, sistemato questioni, controllato scadenze e portato avanti una quantità impressionante di piccole attività. Poi ci accorgiamo che la cosa che per noi contava davvero è rimasta ancora una volta indietro.
Non perché non ci fosse tempo in senso assoluto, ma perché quel tempo è stato occupato poco alla volta.
È così che alcuni progetti personali restano mesi nella categoria del “quando avrò un momento”. Un libro che vogliamo leggere, una fotografia da sistemare, qualcosa da creare, un corso da seguire, una passeggiata, un’idea professionale, una telefonata che ci farebbe piacere e non che dobbiamo fare. Non vengono cancellati da una grande emergenza, ma da una lunga fila di cose più piccole che ogni giorno sembrano avere la precedenza.
La domanda “hai scelto tu cosa fare oggi?” non serve quindi a colpevolizzarci per ogni minuto trascorso male. Sarebbe assurdo trasformare anche la consapevolezza in un’altra forma di controllo ossessivo. Serve piuttosto a vedere la differenza tra una giornata nella quale abbiamo seguito soltanto ciò che arrivava e una giornata nella quale, almeno in qualche punto, abbiamo deciso la direzione.
Può significare scegliere di non aprire immediatamente una mail mentre stiamo facendo altro, rimandare una risposta che non è urgente, proteggere mezz’ora per qualcosa che continuiamo a sacrificare, oppure semplicemente domandarci, prima di iniziare un gesto automatico: “Perché lo sto facendo proprio adesso?”
È una piccola domanda, ma può interrompere molte catene invisibili.
Forse scopriremo che vogliamo davvero continuare. Vogliamo davvero aprire quel messaggio, guardare quel video, aiutare quella persona o sistemare quella cosa. In quel caso non cambia necessariamente ciò che facciamo, ma cambia il rapporto con quel gesto: non siamo stati soltanto trascinati fino a lì.
La libertà quotidiana raramente assomiglia alla possibilità di ignorare ogni dovere e fare soltanto ciò che ci piace. Più spesso si nasconde in spazi molto più modesti: dieci minuti che non consegniamo automaticamente al telefono, una richiesta alla quale rispondiamo dopo aver valutato davvero, un’attività importante che decidiamo di mettere prima di quelle più rumorose.
Alla fine della giornata possiamo essere stati occupatissimi e avere comunque la sensazione di non aver vissuto quasi nulla di nostro. Non dipende necessariamente da quanto abbiamo fatto, ma da quante volte siamo riusciti a essere presenti nel momento in cui abbiamo scelto di farlo.
Forse la domanda più utile, allora, non è soltanto “che cosa devo fare oggi?”, ma “che cosa voglio decidere io prima che qualcos’altro decida per me?”. Perché una giornata può riempirsi completamente anche senza che ne scegliamo davvero la direzione, e accorgersene è il primo modo per ricominciare a riprenderne almeno una parte.

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